analisi

Pmi giovani e innovative, una soluzione europea per i finanziamenti

di Massimo Colombo *


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3' di lettura

Le piccole e medie imprese sono il motore della crescita e della generazione di nuovi posti di lavoro in tutte le economie avanzate e anche in Italia. Le Pmi fanno fatica a trovare risorse finanziarie: sono più complesse da valutare rispetto alle imprese di maggiori dimensioni, generalmente non hanno un rating del proprio credito e difficilmente hanno attivi tangibili utilizzabili come garanzia del credito ricevuto. La conseguenza è l’elevato costo del credito e l’impossibilità di ottenerne un ammontare sufficiente.

Questi problemi sono ancora più acuti per le imprese più giovani e con un’offerta di prodotti e servizi innovativi, perché per gli investitori è oggettivamente difficile farsi un quadro preciso. Inoltre, la maggior parte degli attivi di tali imprese sono di natura intangibile. Da parte loro, le Pmi innovative sono restie a divulgare le informazioni sensibili sui propri contenuti nel timore di dissipare i propri vantaggi tecnologici. Inoltre, in quanto finanziariamente vincolate, sono oggetto di misure pubbliche di supporto più o meno generose in tutti i Paesi del mondo. Costituiscono una priorità anche per la Commissione Europea che, nel tempo, ha implementato un portafoglio articolato di misure di supporto.

Quali e quanti sono i benefici dell’Europa per le Pmi italiane?
La più importante misura della Commissione Europea in termini di risorse economiche mobilizzate è il programma di garanzia ai crediti erogati dalle istituzioni bancarie alle Pmi, gestito dall’European Investment Fund. Il programma più recente (COSME LGF) ha beneficiato più di 350mila Pmi Europee per un totale di 30 miliardi di Euro di finanziamenti erogati fino a giugno 2018. Una serie di studi (da me coordinati) svolti dalla School of Management del Politecnico di Milano in collaborazione con la business school francese Emlyon e lo European Investment Fund mostrano chiaramente che questa misura ha avuto effetti positivi sulle imprese beneficiarie.

Analizzando l’evoluzione dei dati di bilancio di tutte le imprese beneficiarie in Italia, Francia, Benelux e Paesi Europei nordici, prima e dopo l’ottenimento del prestito garantito, sono stati comparati l’evoluzione del fatturato, del personale e degli attivi totali con l’evoluzione degli stessi indicatori per le imprese “gemelle” che non hanno ottenuto prestiti. L’obiettivo è stato stimare quale sarebbe stata la crescita delle imprese beneficiarie in assenza di prestiti e quindi misurare l’addizionalità generata dai prestiti stessi: a tre anni dall’ottenimento del prestito le imprese beneficiarie hanno mostrato un aumento medio addizionale del totale dell’attivo pari a 17 punti percentuali e aumenti addizionali del fatturato e del personale pari a 15 punti percentuali. In generale, le Pmi che hanno beneficiato di questa misura di supporto sono diventate non solo più dinamiche e efficienti, ma anche più solide perché la probabilità di uscita per liquidazione o cessazione dell’attività si è ridotta fino al 70 per cento.

Le imprese che hanno ottenuto vantaggi maggiori sono quelle più giovani e più piccole, che hanno maggiori difficoltà a reperire risorse finanziarie. Questo scenario esprime differenze fra Paesi europei: in Benelux gli effetti medi dell’European Investment Fund sull’economia reale sono stati maggiori, perché il portafoglio di beneficiari è più spostato, come nel caso italiano, verso imprese più giovani e piccole alle quali vengono inoltre erogati prestiti di ammontare superiore. È una indicazione alle istituzioni bancarie nazionali ad adottare una strategia meno conservativa, orientando l’erogazione dei prestiti garantiti dalla Ue verso imprese più piccole e giovani, che proprio grazie al prestito ricevuto aumentano la propria solidità.

La Commissione Europea ha beneficiato le Pmi europee anche attraverso il contributo dell’European Investment Fund allo sviluppo del venture capital europeo. Oggi il venture capital in Europa è un’industria profittevole (più del 50% dei fondi europei hanno un tasso di ritorno medio del capitale investito superiore al 9% negli ultimi tre anni) che offre un fondamentale supporto allo sviluppo delle startup innovative. La geografia del venture capital mostra che, in Europa come negli Stati Uniti, è concentrato sul territorio in un numero limitato di hub. In Europa, i primi 30 VC hub coprono circa l’80% degli investimenti e il 40% circa sono a Londra e a Parigi. In Italia, l’unico hub di scala europea è rappresentato dall’area metropolitana milanese. Ma siccome il raggio di influenza del venture capital in Europa è in media inferiore a 300 km, ne consegue che startup innovative italiane localizzate a più di 300 km da Milano sono escluse dai benefici dei finanziamenti.

In sintesi, iniziative miste pubblico-privato spingono i venture capital privati a investire in aree che altrimenti non riterrebbero attrattive. Gli interventi della Banca Pubblica d’Investimento in Francia tesi allo sviluppo di hub medi a Lione, Marsiglia e in Provenza sono interessanti casi di successo ai quali il nostro Paese dovrebbe guardare con attenzione.

* Professore Innovation Economics Entrepreneurship and Entrepreneurial Finance School of Management Politecnico Milano

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