materie prime

Pneumatici e condom più cari per colpa del rally della gomma

di Sissi Bellomo

(Alamy Stock Photo)

3' di lettura

Pneumatici, guanti chirurgici e preservativi costeranno più cari per colpa delle alluvioni in Thailandia, degli incentivi per l’acquisto di auto in Cina e della speculazione finanziaria. Può sembrare un paradosso, eppure è proprio così. Il filo conduttore è la gomma: per una straordinaria coincidenza di eventi nel giro di pochi mesi sono raddoppiati tanto i prezzi del caucciù quanto quelli del butadiene, un gas impiegato per produrre gomma sintetica, portandoli ai massimi da circa 5 anni. E una parte dei rincari ha già cominciato ad essere trasferita a valle, nelle tasche dei consumatori.

Colpita non solo dal rincaro delle materie prime, ma anche dal cambio sfavorevole dello yen, la giapponese Bridgestone , primo produttore di pneumatici al mondo, ha annunciato ieri che l’utile operativo nel 2016 è calato per la prima volta da 7 anni (-13% a 449,5 miliardi di yen) ma che quest’anno conta di incrementarlo dello 0,5% anche aumentando i prezzi di listino. La società prevede che i rincari della gomma si attenueranno nel secondo semestre, ma che comunque nel 2017 avranno un impatto sui conti di 137 milioni di yen (1,21 miliardi di dollari). «Non ci aspettiamo che i prezzi si mantengano a lungo sui livelli attuali – ha detto il direttore finanziario Akihiro Eto – ma nemmeno che scendano ai livelli dell’anno scorso».

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Molti concorrenti di Bridgestone si sono già mossi. Nei giorni scorsi Michelin ha alzato i prezzi degli pneumatici dell’8% in Europa (e non ha escluso ulteriori ritocchi). Aumenti di analoga entità sono in arrivo anche da Goodyear, a partire dal 1° marzo, e da Pirelli, dal 1° aprile.

La malese Top Gloves, che produce un quarto dei guanti in lattice utilizzati nel mondo, ha applicato rincari del 10-13% nel trimestre in corso. Karex, il maggior produttore mondiale di condom, anch’esso malese, conta di discutere presto rialzi di prezzo con i clienti.

Le quotazioni del caucciù a fine gennaio si sono spinte ai massimi da 5 anni, con il contratto benchmark a Tokyo che ha raggiunto un picco di 366,7 yen/kg. Dopo un rialzo del 26% nel mese scorso – un record dal 1990 – i prezzi si sono raffreddati, grazie alla messa in vendita di scorte statali in Thailandia, dove terribili alluvioni hanno danneggiato la produzione (si veda il Sole 24 Ore del 21 gennaio). Ma il caucciù, che ieri a Tokyo scambiava a 296,2 yen/kg (pari a 2,61 $/kg), è tuttora più caro dell’80% rispetto a ottobre.

A spingere i prezzi ha contribuito anche la speculazione, in particolare in Cina. A Shanghai – dove ormai i volumi di scambio sulla gomma sono venti volte quelli registrati a Tokyo – la materia prima è stata presa di mira dalle scommesse di migliaia di trader, come era avvenuto in precendenza con il carbone, l’acciaio e il minerale di ferro.

Grandi hedge funds (anche cinesi) operano ovviamente anche al Tocom. E tutti hanno cavalcato l’allarme Thailandia, che era comunque fondato: il Paese, responsabile del 40% delle forniture mondiali di gomma naturale, potrebbe aver perso il 7,6% della produzione attesa, ossia 4,4 milioni di tonnellate, a causa delle inondazioni. E le scorte che Bangkok sta mettendo sul mercato (circa 100mila tonnellate in questi giorni e 125mila previste per marzo) non basteranno a compensare la perdita, se la stima dei danni sarà confermata. Anche perché la domanda di gomma è molto forte, anche in questo caso al traino della Cina, dove un piano di incentivi per l’acquisto di automobili l’anno scorso ha spinto le immatricolazioni di veicoli passeggeri al record di 23,9 milioni di unità.

Per il 2017 gli sconti fiscali sono stati ridotti, per cui su questo fronte qualche tensione potrebbe venire meno. Ma il prezzo del butadiene in Europa è comunque salito proprio questa settimana ai massimi da oltre 4 anni, secondo Platts: 2.500 dollari per tonnellata Fob Rotterdam.

Il gas, derivato dalla raffinazione del petrolio e impiegato per fabbricare gomma sintetica, è più che raddoppiato di prezzo da novembre e secondo Platts rischia di rincarare ulteriormente. L’offerta, in tutto il mondo, non riesce a stare dietro ai consumi e nel Vecchio continente a breve chiuderanno per manutenzione quattro grandi impianti, mettendo fuori gioco il 7% della capacità produttiva tra marzo e aprile.

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