L'avvio del piano

Pnrr, 15,7 miliardi da spendere entro il 2021 in 105 progetti

Il 63% dell'anticipo delle risorse da 25 miliardi è assorbito dagli interventi che il Pnrr italiano prevede di concludere entro l'anno

di Gianni Trovati

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3' di lettura

La prima approvazione comunitaria del Piano italiano di ripresa e resilienza non è esattamente una sorpresa, anche per il fitto confronto fra Roma e Bruxelles che ha accompagnato le fasi decisive nella costruzione del programma di investimenti e riforme. Ma accanto al valore simbolico, europeo oltre che nazionale anche perché con le tante rinunce di altri Paesi ai prestiti del Next Generation Eu Roma assorbe l’ampia maggioranza assoluta del Recovery Fund, il passaggio ufficializzato il 22 giugno ha anche l’effetto pratico di far partire la macchina del Pnrr. E pone le premesse per l'anticipo da 25 miliardi, il 13% della quota italiana dei finanziamenti Ue, atteso almeno nella prima parte entro la fine di luglio.

IL CRONOPROGRAMMA
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Sfida complessa

L’assegno iniziale è assorbito per circa il 63% dagli interventi che il Pnrr italiano prevede di concludere entro quest’anno, in un meccanismo che mette le altre risorse nel circolo della finanza pubblica ma ovviamente ne vincola l’utilizzo integrale per i piani del Recovery. A fine dicembre, infatti, il contatore del Recovery dovrà già aver totalizzato spese per 15,7 miliardi: nel 2021, come dettagliato dal cronoprogramma anticipato sul Sole 24 Ore del 7 maggio, gli investimenti finanziati dalla Recovery e Resilience Facility valgono 13,79 miliardi, e al conto si aggiungono 1,91 miliardi di spese dell’anno scorso che le risorse comunitarie possono coprire ex post come da regolamento europeo.

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I numeri disegnano la complessità di una sfida che è destinata a intensificarsi nel tempo. Perché l’anno del debutto vede le risorse del Next Generation intervenire in 105 progetti, ma già dal 2022 gli interventi in azione diventano 167 per muovere 27,6 miliardi. Gli anni centrali del piano ospitano il picco degli investimenti, con 179 progetti e 37,4 miliardi di spesa nel 2023 e 176 progetti per 42,4 miliardi nel 2024, per poi scendere leggermente nel biennio finale.

Ma è inevitabilmente la fase di avvio a rappresentare la prova decisiva di un percorso di attuazione che andrà rispettato per non correre il rischio di perdere i finanziamenti a consuntivo, e quindi veder aumentare deficit e debito mentre sfumano quote di aiuti comunitari.

Come apristrada progetti già in corso d’opera

L’impianto attuativo ha appena avviato la propria costruzione, con i decreti su governance, semplificazioni e reclutamento della Pa ora all’esame delle Camere e con la necessità di accelerare drasticamente soprattutto sulle nuove competenze di cui dotare gli uffici pubblici per riuscire a seguire i progetti. Ma la collocazione nel tempo dei diversi interventi su cui il ministero dell’Economia ha lavorato fin dall’estate 2020 tiene ovviamente conto di questi variabili. E siccome spendere 13,79 miliardi in cinque mesi, agosto compreso, non è semplice, fa dominare la scena del debutto dagli interventi che sono già in corso d’opera, su cui i fondi Ue hanno la funzione di sostituire a tassi più convenienti i finanziamenti nazionali.

È il caso di Transizione 4.0, il programma di incentivi fiscali agli investimenti per le imprese che con 1,71 miliardi si prende la quota più grossa della spesa 2021. O del rifinanziamento del fondo Simest per gli aiuti alle aziende italiane sui mercati stranieri, secondo in graduatoria con 1,2 miliardi, che come spiega il Pnrr «dispone già delle procedure necessarie affinché l’intervento sia pienamente operativo» perché il meccanismo è già attivo (il fondo nasce con la legge 394/1981).

Già in corso d’opera sono gli investimenti sull’Alta velocità ferroviaria in Liguria e sulla linea Brescia-Venezia (837 milioni per il 2021), così come il Piano asili che per quest’anno viene coperto con 650 milioni europei. Tra gli interventi nuovi va segnalata invece la creazione degli «Uffici del processo» nei Tribunali, con 402 milioni previsti in uscita nei prossimi mesi per la prima quota delle 16.500 assunzioni a termine previste dal decreto sul reclutamento nella Pa.

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