Interventi

La manifattura: il motore della ripartenza

Puntiamo sul digitale e sulle filiere più promettenti

di Marco Taisch

Puntiamo sul digitale e sulle filiere più promettenti

4' di lettura

Più investimenti nel manifatturiero, prima di tutto, e poi filiere più promettenti. Ecco le chiavi di volta per uscire dalla crisi del Paese. In questa fase di rinascita è bene che le agende politiche partano da una chiara enunciazione dei principi e degli obiettivi, valorizzando i punti di forza che da tempo ci contraddistinguono.

Il manifatturiero, insieme al suo indotto, pesa più del 50% del Pil ed è sempre stato l'asse portante dell'economia italiana. Lo dimostrano gli indicatori economici, come l'Italy Manufacturing PMI (Purchase Managers' Index). Negli ultimi otto mesi di lockdown, gli indicatori non solo hanno continuato a crescere, ma addirittura hanno superato i valori che avevano prima del COVID. E in questa corsa all'indietro non ne siamo usciti male rispetto al resto dell'Europa, ma certamente dobbiamo fare di più.

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Questo andamento positivo è l'innegabile riprova della forza del nostro sistema industriale e il settore dovrebbe essere posto al centro della politica industriale del Paese, e dei piani di rilancio in discussione in questi giorni. La resilienza dell'industria di rimanere in piedi, in condizioni di emergenza, non dovrebbe essere data per scontata. Va assolutamente supportata. Soprattutto ora che il nuovo governo Draghi ha un vantaggio fondamentale rispetto ai precedenti governi, quello di avere molte risorse europee da spendere. Puntare su maggiori e più mirati investimenti nel PNRR non è da considerarsi un salto nel buio, ma la certezza di ricostruire un'Italia colpita dalla peggiore crisi dalla Seconda Guerra mondiale.

La composizione settoriale delle economie ha determinato le differenze tra Stati in termini di effetti economici. I Paesi manifatturieri hanno sofferto di meno di quelli in cui i servizi, più esposti alle chiusure, sono maggiormente diffusi. La storia ci insegna che in situazioni di crisi, di stress economico e sociale, i consumatori e le imprese tendono a “sacrificare” prima di tutto i servizi: si riducono le spese in informazione, trasporti, turismo, e si limitano quelle dedicate alla cultura e agli spettacoli, ai ristoranti e al tempo libero. Solo in ultimo viene colpito il settore produttivo.

Sì, è vero che il Covid ha chiuso il peggior ventennio della storia economica del nostro paese, in termini di crescita, ma la ragione non è da addebitarsi alla mediocre resa del settore manifatturiero, come alcuni pensano (per fortuna pochi). I motivi sono da ricercarsi altrove: nei farraginosi ingranaggi della pubblica amministrazione, nella notoria lentezza del sistema giudiziario e nella nostra incapacità di adattarci all'euro. Un connubio infelice di fattori che ha fatto perdere potere d'acquisto al nostro Paese. Basti pensare che il salario reale non aumenta dalla fine del secolo scorso.

Sarà un gioco duro far crescere il Pil (almeno due punti all'anno). Ma sappiamo da dove partire: dalla politica industriale del Paese che consentirà di attenuare l'impatto della crisi, come già successo durante nel 2008. Durante la scorsa crisi economica, infatti, paesi come Grecia, Spagna e Irlanda hanno subito conseguenze più gravi di quelle del nostro Paese, proprio perché abbiamo potuto contare sull'incredibile forza di traino del manifatturiero.

È a tutti evidente che se il manifatturiero non verrà sostenuto nella corsa verso l'innovazione tecnologica, l'Italia correrà il rischio di distruggere il pilastro che ci ha sostenuto durante la crisi degli ultimi due decenni. Secondo il Digital Economy and Society Index (DESI) – elaborato periodicamente dalla Commissione Europea e che tiene conto di indicatori come la connettività, il capitale umano, l'uso dei servizi internet da parte dei cittadini, l'integrazione della tecnologia digitale da parte delle imprese e la digitalizzazione dei servizi pubblici – l'Italia è al quartultimo posto, ben al di sotto della media europea. Non a caso, la digitalizzazione è stato uno dei punti fondamentali dell'agenda del Consiglio Europeo, il tradizionale vertice dei capi di Stato e di Governo UE, che si è riunito nei giorni scorsi.

Ancora nulla si sta facendo per colmare il digital divide all'interno della filiera. Da un lato, ci sono le eccellenze produttive del Made in Italy, le grandi imprese che hanno investito autonomamente nell'innovazione digitale per continuare ad essere competitive a livello internazionale. Dall'altro, ci sono piccole e medie imprese guidate dai grandi imprenditori, talvolta restii ad aprirsi alle nuove tecnologie digitali, viste come una minaccia alla propria leadership aziendale. L'inaccettabile freno posto da molte PMI – che valgono il 41% dell'intero fatturato generato in Italia – rischia, nel medio-lungo termine, di trattenere l'intero settore e compromettere, potenzialmente, anche i capi fila dell'innovazione digitale di oggi.

Proprio in questo risiede il pericolo di segnare una profonda lacerazione con gli altri paesi, a danno della competitività che, oggi più che mai, deve essere posta al centro della ripartenza. A questo punto è lecito domandarsi se esista una strategia gestionale oltre a quella finanziaria, a sostegno delle imprese. La risposta sta nell'assoluto bisogno di individuare filiere promettenti, nelle quali investire in un'ottica di specializzazione del sistema industriale. Che significa la creazione di un “ecosistema” che coinvolgerebbe il Ministero dello Sviluppo Economico, con l'eventuale partecipazione delle Regioni e di altre amministrazioni. Certamente, ci sarebbe una ricaduta positiva che si riverserebbe in tutti i settori dell'economia. Allora, perché aspettare?

Presidente, MADE – Competence Center Industria 4.0
e Professore Ordinario, Advanced & Sustainable Manufacturing e Operations Management, Politecnico di Milano

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