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Pnrr, su riciclo Italia può fare di più

Il punto di vista della Ue sugli inceneritori arriva nel pieno di una discussione europea e nazionale sul ruolo del recupero energetico nella gestione dei rifiuti

(FOTOGRAMMA BRESCIA)

3' di lettura

Nei giorni scorsi Mattia Pellegrini, il capo unità economia circolare della DG ambiente della Commissione europea, ha finalmente detto in tema di rifiuti cose chiare e semplici su riciclo e termovalorizzatori. “Anche gli inceneritori svolgono un ruolo complementare rispetto al riciclo, perché ciò che non può essere riciclato è meglio che venga trasformato in energia, piuttosto che smaltito in discarica.”

Questa precisazione arriva nel pieno di una discussione europea e nazionale sul ruolo del recupero energetico nella gestione dei rifiuti, nel quadro della strategia economia circolare e lotta ai cambiamenti climatici. Vediamo meglio i punti.

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Primo: la gerarchia europea dei modi per gestire i rifiuti mette il recupero energetico dopo prevenzione e riciclo e prima della discarica. Un'indicazione di policy chiara presente nel diritto europeo da decenni. Significa che si deve riciclare ciò che è riciclabile, che si deve recuperare come energia ciò che non è riciclabile e in discarica ci devono andare solo materiali non riciclabili e non combustibili. I Paesi membri della Ue devono attenersi a questo schema.

Secondo: la recente Direttiva indica un obiettivo minimo di riciclo al 65% dei rifiuti urbani e un limite massimo di conferimento in discarica al 10%. Se ne deduce che circa il 25% dei rifiuti dovrà essere usato per recupero energetico (usando le diverse tecnologie disponibili) ovvero gli scarti del riciclo e i rifiuti non riciclabili. Una semplice questione direi aritmetica.

Terzo: nessuna norma o indirizzo europeo proibisce i termovalorizzatori o ne prevede la dismissione. L'Europa ha solo ricordato che la capacità di incenerimento non può compromette gli obiettivi di riciclo nel lungo periodo, ovvero non può superare il 35%. Quindi i Paesi europei in over capacity (nord) dovranno progressivamente ridurre la loro capacità di waste to energy (in alcuni supera il 50%) mentre i Paesi del sud e dell'est dovranno aumentarla. Tutto davvero molto semplice.

Quarto: Non deve trarre in inganno la (momentanea) esclusione degli investimenti in waste to energy dalla Tassonomia Europea sugli investimenti sostenibili. È infatti comprensibile che l'Unione Europa non finanzi la costruzione di inceneritori e discariche e che quindi questi impianti non siano inclusi nel nostro Pnrr. Ma i termovalorizzatori servono ancora in un'equilibrata gestione dei rifiuti in ogni Paese membro, nel rispetto della gerarchia e degli obiettivi di riciclo e discarica e contribuendo alla riduzione dei gas serra.

Quinto: i termovalorizzatori emettono un quantitativo importante di anidride carbonica, ma una volta adottate tecnologie di cattura (ccs), un impianto waste to energy diventa carbon negative.Piuttosto, un problema che semmai riguarda i termovalorizzatori, e in generale tutte le infrastrutture di gestione dei rifiuti, è il tempo che occorre per la loro realizzazione. Il tempo medio per la realizzazione di un impianto – secondo il recente rapporto della Corte dei conti sul coordinamento della finanza pubblica – è di oltre quattro anni e mezzo, con punte che arrivano a 8/10 anni. Ci vogliono in media due anni e sette mesi per la progettazione, sei mesi per l'affidamento e un anno per la realizzazione.

Concludendo, tuttavia, la contrarietà a questi impianti non ha alcuna base razionale ed è solo uno slogan identitario ed ideologico. Recuperare energia è preferibile alla discarica per un principio di corretta gestione delle risorse e su questa base si fonda la gerarchia. Non disporre di impianti di recupero energetico significa esporre un paese o una regione ad un problema di insicurezza nella fase di smaltimento, con rischi enormi per i cittadini e le imprese come il caso di Roma sta evidenziando con chiarezza in questi giorni.
Alfredo De Girolamo (@degirolamoa)

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