Fondi europei

Pnrr: traghetterà nel futuro l’Ue? Lezioni dalla politica di coesione

C’è grande entusiasmo attorno al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e ha senso pensare che avrà successo, ma anche che porterà con se alcune criticità dei fondi di coesione

di Fiorella Lavorgna

(Adobe Stock)

3' di lettura

(Il Sole 24 Ore Radiocor) Per la prima volta nella sua storia, a giugno del 2020 l’Unione Europea ha approvato un budget finanziato non soltanto con contributi degli Stati Membri, ma anche con bond, dando vita ad una forma embrionale di politica fiscale comune. Grazie a questa manovra è nato il NextGenerationEU, il programma che – grazie a 800 miliardi erogati in 6 anni - vuole aiutare gli Stati membri a uscire dalla crisi provocata dal Covid19 e a traghettarli verso un futuro più verde e digitale. C’è grande entusiasmo attorno al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) - lo strumento per accedere al NGEU – presentato sia da Bruxelles che dalle capitali come il mezzo che traghetterà l’economia europea nel futuro . Tuttavia, come abbiamo visto in questa puntata di I Fondi Europei, sia la tipologia di fondi che le voci di spesa sono del tutto simili agli strumenti della politica di Coesione, istituita dall’Atto Unico Europeo nel 1986

L'esperienza della politica di coesione

Secondo uno studio presentato il 15 novembre all’Annual Research Conference 2021 della Commissione Europea, l’esperienza della politica di coesione – in particolare il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR) istituito nel 1989 e il Fondo Sociale Europeo (FSE) disponibile dal 1999 –può darci importanti indicazioni sulla performance dei Fondi Ue, e aiutarci a formulare delle aspettative più concrete sul successo del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Il FESR ad esempio, si è dimostrato efficace nel breve periodo, ma i suoi effetti tendono ad affievolirsi dopo 3 anni. E’ quindi un fondo utile se utilizzato in fase anti-ciclica, ossia come stabilizzatore dell’economia in una fase di contrazione. Il FSE – che investe soprattutto sul capitale umano –ha invece un impatto nullo se non negativo nel breve periodo, ma fa vedere i suoi effetti a partire da tre anni dall’inizio dell’investimento. E’ quindi, potenzialmente, più efficace nel quadro di una strategia di trasformazione dell’economia. I dati ci mostrano poi che l’efficacia dei fondi non è omogenea. Performano meglio nel sud d’Europa rispetto che nel nord, nei Paesi dell’area euro e negli Stati di prima adesione all’UE. Inoltre, i fondi europei danno migliori risultati nelle Regioni a reddito medio, ciò vuol dire che le Regioni più povere restano povere, con la conseguenza paradossale che i fondi di coesione possono aumentare ancora di più le disuguaglianze tra le Regioni Ue.

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Pnrr porterà successo ma anche criticità

I fondi del Piano di Ripresa e Resilienza combinano gli strumenti dei fondi “classici” come il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale e il Fondo Sociale Europeo, e secondo le stime della Commissione UE, ogni euro distribuito dalla politica di coesione genererà 2,74 euro di Pil in più entro il 2023. Ha quindi senso pensare che il PNRR avrà successo, ma anche che porterà con se alcune criticità dei fondi di coesione. A partire dal fatto che gli Stati europei hanno solo fino al 2023 per presentare i progetti dove allocare i fondi (che possono essere erogati fino al 2026). E come sappiamo, la poca capacità di spesa è uno dei fardelli dei paesi europei che non sono in grado di utilizzare le risorse economiche messe a disposizione dall’Ue. Per quanto riguarda l’aumento della polarizzazione delle disuguaglianze tra le Regioni, non ci sono delle ricette economiche definitive. Tuttavia, secondo lo studio presentato all’evento della Commissione il 15 novembre, studiare quale mix di fondi è stato in grado di portare fuori dalla trappola della povertà le Regioni europee più svantaggiate, potrà evitare di far commettere gli stessi errori con il NextGenerationEu. Infine, se i PNRR – il nostro e quelli degli altri Stati Ue – avranno risultati migliori della Politica di Coesione, si ravviverà il dibattito su come meglio finanziare il budget europeo: se con contributi nazionali, o se continuare l’esperimento di una politica fiscale comune, inaugurato con il NextGenerationEu.

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