TRIBUNALE DI VENEZIA

«Pochi imprenditori denunciano»

La presidente Marino: le imprese sono raggirate e portate al fallimento

di Barbara Ganz


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La presidente del Riesame Licia Consuelo Marino (a destra) Tribunale di Venezia

2' di lettura

«È un atteggiamento pericoloso tanto quanto diffuso: credere che la mafia sia distante dal mondo delle imprese, e che questa regione possa essere una sorta di isola felice non toccata da fenomeni ritenuti, a torto, propri di altri contesti». Licia Consuelo Marino è la presidente della Sezione Riesame del Tribunale di Venezia: sei giudici per un organo che esegue controlli di legittimità e di merito sui provvedimenti cautelari personali adottati in Veneto (come arresto, domiciliari, obbligo di firma) con una caratteristica principale: la rapidità.

Eppure, proprio il Veneto ha conosciuto qualcosa di analogo: «Quella che viene chiamata Mala del Brenta è stata riconosciuta, con sentenza passata in giudicato, di stampo mafioso. Una organizzazione dedita perlopiù allo spaccio di droga, a furti d’arte e rapine, e anch’essa percepita come lontana dalle imprese. In tempi recenti, questo genere di malavita ha sviluppato un interesse maggiore per i settori economici. Quella del Nordest, per ripulire il denaro è una scelta strategica e quasi obbligata».

È il messaggio di Marino alle imprese: «Gli associati non hanno un biglietto da visita o caratteristiche direttamente riconducibili alle realtà di stampo mafioso. E il loro approccio può essere in apparenza dedito ad attività lecite. Poi, però, inizia la spoliazione della società». Spesso si verifica un vortice di legali rappresentanti, privi di qualunque requisito imprenditoriale, fino al fallimento della società, per poi ricominciare. «Ho visto “teste di legno” in aziende dei più svariati settori, dalle pellicce alle piastrelle: soggetti normalmente privi di reddito, che vengono ricompensati magari con mille euro al mese e poi, al processo, si raccontano come dei poveretti in stato di bisogno: difficile che alla fine scontino al pena e rispondano delle loro azioni».

In questo scenario si muovono società finte, senza dipendenti né alcuna attività effettivamente svolta, oppure società e imprese che, magari in un momento di difficoltà, vengono piegate a schermare attività illecite. La mafia, ricorda il magistrato, è anche una società di mutuo soccorso, in cui c’è chi paga gli avvocati o mantiene intere famiglie. «L’effetto sull’economia sana è devastante, perché si sottraggono risorse a chi ne avrebbe diritto e bisogno - spiega -. L’intera regione è battuta a tappeto da soggetti in cerca di obiettivi: inizialmente si mostrano interessati alle sorti dell’azienda, magari si propongono come soci o finanziatori. Si finisce, quando va bene, con l’usura, e nel peggiore dei casi con il fallimento. Lo dico con amarezza e sofferenza: eppure sono ancora pochi gli imprenditori che denunciano. La crisi economica e la mancanza di liquidità sono state un fattore, ma non l’unico: va detto chiaramente che non sempre l’imprenditore è una vittima, e ci sono stati casi di alleanza con l’associazione di stampo mafioso per ricavarne vantaggi».

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