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Poesie per il nuovo anno

Dall'esilio politico alla redenzione interiore, domina in versi il rapporto tra un tempo deformato e la solitudine dell'individuo

di Matteo Bianchi e Alberto Fraccacreta

(Andrzej Solnica - stock.adobe.com)

4' di lettura

L'attenzione a un verso che non anticipi la realtà di appartenenza, bensì che l'attraversi conservandone le contraddizioni e disinnescandone le parvenze, è stata avvalorata dalle scelte di Mauro Bersani. Nel corso del 2022 il direttore della Bianca Einaudi ha dato alle stampe autori già consolidati, come Valerio Magrelli con “Exfanzia” e Aldo Nove con “Sonetti del giorno di quarzo”, ma anche intellettuali che da anni erano attesi in catalogo, come Anna Maria Carpi con “L'aria è una”. Due libri che indagano a fondo il rapporto con il tempo sono quelli di Gian Mario Villalta e Cesare Lievi, rispettivamente “Dove sono gli anni” (Garzanti) e “Nel vortice. Il filo” (Samuele, collana Gialla Oro). “Gli anni” del primo simboleggiano il distacco critico da sé e coincidono con l'idea di un tempo perfetto, di un vissuto inviolato e inviolabile che conserviamo inconsciamente, sebbene la nostra mente ricrei ogni volta i ricordi modificandoli a seconda della tonalità emotiva di un determinato momento, o dell'intenzione di raccontarsi o di raccontare. Il secondo, invece, nomina una sezione “Dove”, declinando il tempo in una compresenza di passato, presente e futuro nel tentativo di distenderne la trama, di rappresentarne il flusso in stato di quiete, e il “dove” si conferma l'ubi in cui consistere interiormente.

Resistere al conformismo

La nuova raccolta di Fabio Pusterla prende le mosse da un neologismo, “tremalume”, apparso magicamente sulla pagina: una parola entro cui, per ammissione dello stesso autore, “il tremore, la minaccia e la preoccupazione non eliminano affatto la piccola sopravvivenza di un lume, di una minima luce”. Divisa in cinque sezioni precedute da un testo proemiale, “Tremalume” (Marcos y Marcos) è una silloge variegata e pluristilistica, nella quale l'effusione del soggetto si misura con un deciso sperimentalismo, che situa la lirica di Pusterla dentro un crogiuolo di slargo esistenziale. Ampio spazio è dato alla formula “decolonizzatrice” grazie alla figura di Truganini, che fu l'ultima aborigena della Tasmania dopo il genocidio del popolo Palawa.Un senso di arcano attraversa, invece, i “Dialoghi con Amin” (Crocetti) di Giovanni Ibello, definito da Milo De Angelis – che firma l'introduzione – “il più antico dei nostri giovani poeti”. E come dargli torto? “Amin, è quasi giorno, / è la resa dei fuochi invernali / l'ectoplasma del divenire. / Dio, gheriglio di stella / insegnaci a svanire / poco a poco”. Toni oracolari e presocratici, intensità del dettato, vibratili presenze, ma anche una fitta popolazione di flora e fauna, sempre lì pronta a calarsi in uno “smisurato addio”, nello smagato vortice del divenire.

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Ricordare per redimersi

Il tema della memoria e la navicella di un «tempo muto» sono i dioscuri di “Orienti” (puntoacapo), la silloge di Elio Grasso ad alto profilo meditativo. La dizione salina e scabra, liminalmente montaliana, fatta di cose concrete ed emblemi in rapida successione, si scioglie in un canto viscoso che enumera con dovizia passaggi solitari, Venezia, Praga, l'Agnello, i “resti di un'Apocalisse”. Il perno del libro ruota attorno a un interessante parallelo Oriente-Novecento che investe persino la scrittura saggistica di Grasso e si presenta come dittologia sinonimica, comunanza di un vedere “oltre la morte”. “Novecento che ritorna da altre / orbite, fors'anche la pioggia / richiede cura ai falsi taciturni / scioltezza sui segni d'inciampo”.

Pasquale Vitagliano, con “Apprendistato alla salvezza” (Interno Libri), compie un vero e proprio tentativo di resipiscenza. Si tratta dell'ultimo atto di una trilogia che aveva già visto in “Habeas Corpus” e in “Del fare spietato” la dimensione di dignità e di riscatto del corpo. Ora il motivo di fondo è tutto centrato sull'organismo interno del reale, sul pieno legame tra fonemi e semantemi, sull' “eden cocciuto / che si è ritirato / al suo natale stato naturale”. Una poesia politica, quella di Vitagliano, ricca di spunti di redenzione, là dove “la luce la luce è la luce”. Per Interno Poesia è uscito anche Defrost di Diletta D'Angelo, che si interroga con veemenza sul tema del libero arbitrio: attraverso le vicende dell'operaio statunitense Phineas Gage – il cui cranio fu trapassato da un'asta di metallo, ma riuscì a sopravvivere all'incidente per dodici anni – D'Angelo si muove in uno spazio visionario, alla ricerca delle “radici biologiche” della “violenza”.

Dall’esilio alla ribellione

Leonardo Sciascia rivelò il punto esatto in cui risiede la sicilianità in “La corda pazza. Scrittori e cose della Sicilia” (1982): essa è innanzitutto la tensione conoscitiva di uno stato d'esilio metafisico. Nella sua vivace monografia sull'intero corpus lirico di Bartolo Cattafi, “L'oltraggio d'una minima stella rugginosa” (Mimesis), Diego Conticello intende altresì rilevare la “vena barocca” del poeta di Barcellona Pozzo di Gotto, mettendo in evidenza l'orfismo visionario, le “callidae iuncturae”, gli scarti semantici che coincidono con fulminei salti quantistici di pensiero. Anche in tal caso si può notare il senso più puro, assoluto della sicilianità additata da Sciascia: selvaggia nostalgia di un'umana compiutezza. Esilio e ritorno in un unico movimento.“Il tuo sangue condivide il tuo piacere / quando stabilisci la morte altrui / ancora una volta uccidi te stesso”: “In simmetria con la morte” (Aragno) Lian Yang riscrive la ciclicità di distruzione e ricostruzione nella storia dell'essere umano in cui la poesia è una convergenza sincretica tra opposti ontologici (vita e morte, sogno e realtà). La condizione di esilio, peculiare nel vissuto dell'autore, percorre tutti i testi e diventa la lingua comune del contemporaneo. “Oh io non ho dubbi / sul telaio certo dei valori / cui è necessario che acconsenta”: a Giorgio Manganelli, in “Di buio in buio”, edito sempre da Aragno, non basta il fervore politico, o quello sociale o amoroso, per placare il proprio “inferno totale”, che è l'inferno di tutti, in equilibrio tra il terrore del decadimento biologico e l'amaro cinismo per un progresso annichilente. Rimane un barlume di speranza al pensiero della ribellione, pericolosamente prossimo all'idea di suicidio, che smuova la “genealogia posticcia” e la tragga in salvo non nel futuro, ma dal suo stesso “passato assente”.

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