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Poggiali: «Il rugby è come il vino: guai a tradirlo»

Giovanni Poggiali ha passato una vita tra i filari dell’azienda vinicola di famiglia. Adesso è pronto per una nuova sfida: salvare il rugby italiano

di Francesca Milano

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Giovanni Poggiali ha passato una vita tra i filari dell’azienda vinicola di famiglia. Adesso è pronto per una nuova sfida: salvare il rugby italiano


4' di lettura

«Gli anni io li conto in vendemmie. Nel 2019 ho compiuto 30 vendemmie, si può dire che ho passato una vita in mezzo ai filari, con gli stivali ai piedi». Lo dice con orgoglio, ricordando quell’autunno del 1990 nelle campagne senesi. Allora Giovanni Poggiali era solo un ragazzo, si era appena trasferito da Ravenna a Siena per frequentare Giurisprudenza. «La facoltà l’aveva praticamente scelta mio babbo, ma io avevo voluto scegliere la città». E così dopo il liceo scientifico in Romagna, decide di spostarsi in Toscana, dove suo nonno, nel 1966, aveva comprato un pezzo di terra. Non c’era vino, ma ulivi, cereali e una riserva di caccia.

Il vino è arrivato dopo, quasi per divertimento. Chianti classico, per l’esattezza. E non a caso: un vino “toscano” prodotto con l’uva del vitigno sangiovese, diffuso in tutta Italia ma “romagnolo” di origine, secondo alcune tradizioni. All’epoca, però, il vino era poco più che una passione per la famiglia Poggiali, che si era dovuta reinventare nel Dopoguerra: le segherie che rappresentavano il grosso business del nonno Domenico erano state distrutte dai bombardamenti, ma i Poggiali avevano immediatamente colto l’opportunità di lanciarsi per primi in un nuovo “business”, quello della logistica del neonato porto di Ravenna.

«A 19 anni mi sono guardato dentro, poi mi sono guardato attorno. C’erano i filari che correvano giù per le colline di Fèlsina, e lì ho capito che quella era la mia strada. Ho chiamato mio babbo sei mesi dopo l’immatricolazione all’università e gli ho detto: ’Se non vogliamo buttare via quattrini, io lascerei l’università e seguirei la vigna’.». Così è stato: da 30 vendemmie Giovanni Poggiali vive con gli stivali ai piedi e il passaporto in mano, sempre pronto ad andare in giro per il mondo a presentare i suoi vini.

La sua è un’azienda (Fèlsina) che oggi produce 800mila bottiglie all’anno, bevute in tutto il mondo, dal Nord America all’Europa. «In questi 30 anni ho imparato molto, come uomo e come imprenditore. Il vino ti insegna la pazienza: quando pianti una vite sai che dovranno passare dieci anni prima di raccoglierne l’uva . Ma, soprattutto, ti insegna, il rispetto. Se lo tradisci sono guai. Come il rugby».

Giovanni Poggiali, sul campo del Rugby Imola

E all’improvviso il suo sguardo cambia: ha gli stessi occhi chiari di quando, poco fa, raccontava la storia della sua famiglia, eppure adesso quegli occhi non guardano al passato ma avanti, lontano. «Il rugby è la mia grande passione, anche se non sono mai stato forte, o forse proprio per questo». Una passione nata a 14 anni durante una vacanza studio in Inghilterra. «Un prof irlandese un giorno si presenta con questa palla ovale. Dopo un’ora di gioco ero già completamente innamorato dello spirito di questo sport».

Tornato a Ravenna alla fine dell’estate, però, Poggiali è costretto ad accantonare (temporaneamente) la sua passione: a Ravenna una squadra di rugby non esiste e lui dovrà aspettare fino al trasferimento a Siena per tornare a segnare una meta.

«Il giorno dell’immatricolazione all’università - racconta - sono andato anche a iscrivermi al Cus, per giocare con la squadra di rugby. Poi il lavoro mi ha assorbito totalmente. Ma l’amore per questo sport mi è rimasto dentro». Così, a 28 anni, da giovane imprenditore, Poggiali decide di dare una mano al rugby della sua terra d’origine. «Non potendolo fare da giocatore, ho cercato di farlo da dirigente. Sono andato a bussare al Cesena Rugby e mi sono messo a disposizione». All’epoca il Cesena era in ginocchio: settore giovanile praticamente inesistente, uno stadio con una grande tribuna deserta. Se c’è un’immagine triste, è quella di uno stadio abbandonato a se stesso, senza più giocatori in campo né tifosi sugli spalti.

Vincendo le resistenze dei (pochi) dirigenti del Cesena Rugby, Poggiali si mette in gioco: all’inizio tira fuori un po’ di soldi, che sono sempre un buon lasciapassare. Poi, dopo aver conquistato la fiducia dei più scettici, inizia a “coltivare”. Lo fa da anni, nelle sue vigne. Ma questa volta lo fa in un campo diverso: quello da rugby. Comincia a dire che per colmare il gap tra il rugby della Romagna e quello delle altre regioni bisogna unire i club per creare un progetto più forte che permetta di fare una selezione migliore dei giocatori. Una rete di club che collaborino insieme e che portino il rugby anche dove il rugby nessuno l’ha mai visto. Vengono fondati nuovi club a Faenza, a Forlimpopoli, a Lugo.

«Il rugby passa da rugbista a rugbista - spiega Poggiali -. È uno sport di combattimento e di squadra. È uno sport di scontro fisico e di schemi di gioco. È uno sport meno immediato del calcio, perciò c’è bisogno di un passaparola. Per il rugby non c’è miglior sponsor di un rugbista innamorato».

Dopo qualche buona annata, però, il rugby italiano oggi è di nuovo a un punto morto. Una vigna secca che non dà frutti. E dove c’è una vigna da salvare, arriva Poggiali. «Mi hanno chiesto di candidarmi alla presidenza della Federazione nazionale - annuncia -. Per settimane ho cercato un altro che potesse farlo al mio posto. Mi sentivo il più improbabile dei candidati. Poi ho capito che forse proprio per questo sono quello giusto. Anzi, saremo quelli giusti perché ho con me una grande squadra».

Molti di loro sono gli stessi con cui ha messo in piedi il piccolo miracolo di piantare in Romagna tanti club che rispecchiano i valori del rugby. Esattamente come in un campo di olive e cereali suo nonno aveva piantato viti di sangiovese.

Prima di accettare questa nuova sfida, Giovanni Poggiali è andato a parlare con sua moglie Francesca. «Abbiamo tre figli, e io avevo bisogno della sua approvazione», spiega. E lei? «Mi ha detto: “Va bene, ma vinci”».

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