meccanica

Poggipolini, hi-tech e al titanio le viti 4.0 per supercar e aerei

La multinazionale è uno dei primi dieci player al mondo nella forgiatura a caldo di componenti in leghe speciali. Obiettivo: raddoppio del fatturato in tre anni e 180 dipendenti

di Ilaria Vesentini


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Viti e bulloni hi-tech.  Poggipolini è una piccola multinazionale familiare oggi alla terza generazione.

4' di lettura

Dalle piste di Formula 1 ai cieli, con viti e componenti su misura in titanio e leghe speciali d’acciaio per supercar e aeromobili che hanno trasformato una piccola officina meccanica bolognese in uno dei primi dieci player al mondo nel segmento della forgiatura a caldo di viteria hi-tech, alle spalle di colossi americani e francesi del settore con fatturati dai 2 miliardi di euro in su.

Poggipolini invece di ricavi ne fattura 15 (milioni non miliardi), ma non è la quantità a raccontare l’eccellenza di questa piccola multinazionale familiare oggi alla terza generazione, fondata nel 1950 a San Lazzaro di Savena (Bologna), tra i primi in Europa a lavorare il titanio già dagli anni Settanta, partita con i bulloni per Ducati e cresciuta nel mondo “race” con marchi come Bugatti, Porsche, Ferrari, Lamborghini, McLaren. Fino alla virata di dieci anni fa, dopo l’improvviso cambio di regolamenti nella F1, che ha portato al crollo verticale del business e all’entrata in scena del giovane Michele Poggipolini (nipote del fondatore Calisto), economista per formazione ma nutrito a pane e tecnologia dal padre, presidente dell’omonima Srl, e dalla madre, attuale Cfo.

La svolta con l’aeronautica

«Fino al 2009 il 90% dei nostri ricavi era legato alla Formula1, oggi il 65% del fatturato è nell’aeronautica con clienti quali AgustaWestland-Leonardo, Avio, Safran, Piaggio Aerospace. Abbiamo lavorato a denti stretti per cinque anni (il tempo necessario per entrare come fornitore certificato nel settore aeronautico, ndr) e oggi abbiamo ordini che ci porteranno a raddoppiare il fatturato in tre anni per poi arrivare al traguardo dei 50 milioni fissati dal piano industriale quinquennale», spiega Poggipolini, classe 1984, direttore esecutivo e responsabile vendite e innovazione dell’azienda di famiglia. Da quest’anno alla guida anche dei giovani imprenditori di Confindustria Emilia-Romagna e consigliere delegato di Bi-Rex, uno degli otto competence center del Piano Industria 4.0 che sta prendendo forma sotto le Due Torri per l’implementazione di big data e innovazione digitale additiva al mondo della meccatronica e dell’automazione (aerospaziale incluso).

L’esperienza sui circuiti di gara è stata la chiave del successo nell’aeronautica: prodotti di nicchia e su misura all’avanguardia per leggerezza, resistenza, affidabilità; ruolo di partner-problem solver per il cliente; tempi di lavorazione rapidissimi grazie al controllo diretto di tutta la filiera e alla produzione concentrata in cinque fabbriche attorno a San Lazzaro per passare dalla materia prima al prodotto finito in 24 ore; flessibilità altissima anche per lotti minimi; zero errori. «È così che tre mesi fa abbiamo conquistato il primo ordine da Kawasaki Heavy Industries, il più grande costruttore Tier 1 nipponico di aeromobili per Aibus, Boeing. Cercavano alcuni codici di viti che non trovavano da nessuna parte, glieli abbiamo realizzati in sei settimane e oggi siamo nella lista dei pochissimi fornitori italiani», racconta Poggipolini, tra i pochi in Italia anche ad aver ottenuto la certificazione Nadcap per l’aeronautica.

Due assunzioni al mese

Dal suo ingresso in azienda, dieci anni fa, di strada ne ha percorsa parecchia. Quando è entrato c’erano 55 collaboratori, i ricavi si aggiravano sugli 8 milioni di euro e l’internazionalizzazione era un termine poco noto. L’ultimo bilancio si è chiuso con 15 milioni di euro di fatturato, un export passato al ruolo traino, 80 dipendenti, «e stiamo assumendo una media di 2 persone al mese, contiamo di arrivare a 180 dipendenti in cinque anni», precisa. Un altro mestiere non facile, quello di reclutare tecnici specializzati, per un’impresa che è l’unica in Italia a lavorare su torni a dieci assi e deve dedicare risorse importanti sulla formazione e il training interno per tenere il passo dei continui investimenti in innovazione e ricerca.

«Abbiamo investito 12 milioni di euro solo negli ultimi due anni – rimarca l’executive director – di cui 7 per il nuovo stabilimento, il nostro “excellence center” che inaugureremo a marzo 2020, operativo da alcuni mesi. Lo abbiamo costruito da zero con processi nostri per migliorare anche la competitività dei prezzi (una vite in titanio può costare 20 euro contro i pochi centesimi di una normale, ndr) e reggere l’aumento esponenziale degli ordini, non solo nell’aeronautica ma anche nell’automotive, dove nel 2021 entreranno di serie i componenti in titanio e leghe speciali».

La riorganizzazione della filiera

Boeing ha stimato serviranno 44mila jet nei prossimi 20 anni per reggere l’aumento di domanda di trasporto aereo su scala mondiale e la sostituzione dei vecchi mezzi. Un business enorme per la manifattura specializzata, che spiega la riorganizzazione in atto lungo tutta la via Emilia per cogliere l’opportunità. La Regione ha infatti istituzionalizzato la filiera aerospaziale – un centinaio di imprese per 4.500 dipendenti e poco meno di un miliardo di euro di fatturato – con la nascita di “Fly.ER”, una value-chain all’interno del Clust-ER meccatronica e motoristica, che mette a sistema quanto già esiste tra atenei, imprese e centri di ricerca per spingere l’innovazione e la competitività del distretto regionale su scala europea e internazionale.

Nel territorio non ci sono solo competenze progettuali e costruttive in tema di materiali compositi, lavorazioni meccaniche e motori legate alla consolidata leadership nell’automotive – che già oggi valgono commesse rilevanti dai big mondiali dell’avionica – ma anche un hub aerospaziale dell’eccellenza nel Forlivese: un tecnopolo di ricerca dotato di un’infrastruttura unica al mondo per testare l’attrito dell’aria sui velivoli (il laboratorio Ciclope) e sede di una International Academy; la scuola per controllori di volo “Enav Academy”; la sezione di Ingegneria Meccanica e aerospaziale dell’Alma Mater; e un aeroporto come il Ridolfi dotato di una delle piste più lunghe in Italia ma inattivo da anni. «Gli altri distretti aerospaziali si presentano però come un unico soggetto con tecnologie complementari agli appuntamenti internazionali strategici, penso a Le Bourget a Parigi. Dobbiamo iniziare a lavorare in questa direzione», esorta Poggipolini. E ricorda che non c’è solo l’aviazione pesante ma anche tutto il segmento dei droni e degli ultraleggeri che ha “fame” delle tecnologie già presenti sulla via Emilia. Non è infatti per diletto che Poggipolini si è fatto promotore dei Campionati mondiali di volo a vela che la scorsa settimana hanno colorato per la prima volta i cieli sopra Pavullo, nel Modenese.

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