Mascherine

Politecnico Bari: 200 Pmi pronte per la riconversione

È scattata subito in Puglia la produzione di strumenti protettivi: alla call dell'ateneo di Bari hanno risposto una serie di imprese locali, lucane e campane

di Vincenzo Rutigliano

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Dopo la call del Politecnico di Bari numerose aziende pugliesi ora producono mascherine

È scattata subito in Puglia la produzione di strumenti protettivi: alla call dell'ateneo di Bari hanno risposto una serie di imprese locali, lucane e campane


3' di lettura

La filiera locale dei dispositivi di protezione individuale, mascherine su tutte, non decolla. Sono quasi tutti al palo gli imprenditori grandi, medi e piccoli, che stanno puntando in questi giorni alla riconversione o all’ampliamento del loro assetto produttivo. A cominciare da Natuzzi che ha risposto alla call del Politecnico di Bari chiamata “Riapro” (Riconversione Aziendale per la Produzione di Dpi) e ha candidato parte del suo stabilimento di Ginosa per questa produzione specifica, ha messo a punto i prototipi, ha fatto fare i test ed ora attende.«Noi siamo pronti – dicono al quartier generale di Santeramo del colosso dei divani. Aspettiamo infatti il via libera alla produzione da almeno 7-8 giorni. Come tutti, in Italia, aspettiamo il via libera dell’istituto Superiore di Sanità».

In una fase ancora precedente la Fas di Corato, nel barese, che produce assorbenti igienici e pannolini. «I nostri prototipi sono stati inviati una settimana fa al Politecnico di Milano per la verifica di traspirabilità, batteriologica e meccanica, ma non ho più notizie» spiega il presidente della spa , Francesco Squeo. «Poi a nostre spese lo abbiamo inviato anche ad un laboratorio privato di Bologna dove abbiamo superato due verifiche su tre, aspettiamo l’esito della terza. Fatto questo affronteremo lo step delle autorizzazioni», conclude Squeo che non nasconde la complessità della operazione. Per produrre 500-600 mascherine al minuto, l’equivalente degli assorbenti prodotti oggi, servono infatti ambienti asettici e macchinari speciali, ovviamente cinesi: «Non sono nemmeno troppo costosi, ma sono specifici». Insomma vietato improvvisare.

Quelle che stanno per partire sono dunque solo alcune piccole aziende – non più di 5 anticipa il rettore del Politecnico, Francesco Cupertino – impegnate nella produzione di mascherine destinate alla popolazione per le quali è sufficiente l’autocertificazione che il gruppo di lavoro Riapro ha predisposto, e distribuito, per poterla allegare alle forniture.

Alla call, lanciata ai primi di marzo, hanno risposto quasi 200 aziende tutte interessate, almeno potenzialmente, a convertire parte della loro produzione in Dpi. Provengono da tutte le province pugliesi (c’è molto Salento e nord barese), oltre che da Basilicata e Campania ed appartengono, in prevalenza, al tessile, abbigliamento, lavorazione di materiale plastico, salotti, calzaturiero per i materiali ed i processi e le macchine per il taglio ed il cucito.

Gli esperti del Politecnico hanno messo a punto delle specifiche tecniche per la produzione di mascherine filtranti destinate alla popolazione, mentre per quelle proprie del personale sanitario sono stati effettuati test propedeutici alla certificazione e all’autorizzazione a produrre che dipende dall’Iss. Test affidati ad una rete di laboratori universitari: così a quelli della Federico II di Napoli sono stati inviati, per le prove biologiche, meno di 10 prototipi di mascherine destinate al personale sanitario, e realizzati con tessuti adatti (compatti, fibrosi e senza tramature). Invece per le tute sono state messe a punto due tipologie, d’intesa con la Regione Puglia, e la competenza a testarle è di un altro laboratorio.

Anche a Bari si sta lavorando alla messa a punto di un laboratorio per la Puglia, come spiega Michele Dassisti, docente del Politecnico «per cui faremo in casa delle prove con particolare riguardo a quelle scientifiche e tecniche sui sistemi di infiltrazione e di resistenza agli agenti inquinanti.Lo sforzo maggiore è la ricerca della soluzione ottimale per proteggere il personale sanitario perché, purtroppo, il materiale più ricercato per i Dpi è prodotto in Cina, Olanda e Germania, e dunque è ormai introvabile». Ottenute le autorizzazioni, si vedrà sul campo quante Pmi avranno deciso di riconvertirsi dando corpo ad una filiera locale dei dispositivi che, per stessa ammissione del governatore, Michele Emiliano, «non è la strada dell’immediato», visto che ha dovuto ordinare 32 milioni di materiale sul mercato internazionale.

Effettuato l’investimento bisognerà poi trovare il mercato, «perché le mascherine – spiega Cupertino – o le compra la Protezione Civile, che poi le distribuisce alla popolazione, o l’azienda trova un proprio canale per farle arrivare sul mercato».

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