Il successo degli atenei italiani

Politecnico di Milano, due dipartimenti fra i primi dieci al mondo: Design e Architettura

A colloquio con il rettore del Politecnico di Milano, Ferruccio Resta: «Abbiamo bisogno di tantissima ricerca, per innescare un percorso virtuoso che ci permetta di crescere ancora»

di Maria Piera Ceci

3' di lettura

Migliora il posizionamento del sistema universitario italiano nel QS World university rankings by Subject 2022, con punte di eccellenza fra cui la Sapienza di Roma, prima al mondo in studi classici e storia antica, e il Politecnico di Milano con due dipartimenti fra i primi dieci al mondo (design e architettura). A cosa si deve questa lenta ma costante salita nel ranking e di cosa ha ancora bisogno la nostra università? Lo abbiamo chiesto al rettore del Politecnico di Milano, Ferruccio Resta, presidente della Crui, la Conferenza dei rettori.
«Il percorso dell'università italiana è stato determinato e lungo ed è partito anche da riforme interne. Ci siamo dotati di un sistema di valutazione esterno, l'Anvur, che giudica la ricerca, poi abbiamo definito un sistema chiaro di valutazione dei fondi premiali, con il costo standard. Quindi il nostro è stato un percorso che è iniziato qualche anno fa con una riforma interna e con un'apertura alla dimensione internazionale. Abbiamo lavorato sulla formazione in lingua inglese per richiamare studenti da tutto il mondo, abbiamo prestato attenzione ad alleanze con università di tutto il mondo, ognuna nelle proprie discipline. Manca ancora uno sprint per capire quali sono i nostri punti di forza e valorizzarli ancora».

Anche quest'anno la classifica mostra il primato delle università anglosassoni. Cosa possiamo imparare da quel modello?
«Il nostro è un modello completamente diverso da quello anglosassone, che chiede ad alcune università di correre a livello internazionale e costituire una classe dirigente, mentre ad altre chiede di formare gli studenti più a livello locale. È una politica questa decisa in maniera verticistica. Ed è un modello diverso da quello italiano o di altre realtà europee. È difficile dunque confrontare i diversi sistemi. Noi non abbiamo questo sistema. Ma questo non deve costituire un alibi per non avere università fra le prime al mondo nel ranking. Credo che il nostro Paese debba ambire ad avere nei ranking a soggetto come questo almeno un'università italiana nei primi dieci posti. Questo deve essere un nostro obiettivo. Per ottenerlo quali possono essere le misure? Dobbiamo capire che la formazione universitaria costa, rappresenta un investimento e abbiamo bisogno di continuità di risorse. Stiamo avendo un momento importante con il Pnrr e con l'aumento del finanziamento ordinario che è stato previsto dall'attuale Governo. Avremo gli strumenti in quattro anni per avere una disponibilità importante a livello economico. Quindi saranno quattro anni in cui non potremo sbagliare. Abbiamo bisogno di maggiori relazioni internazionali, maggiori collaborazioni, di tantissima ricerca, perché i grandi laboratori di ricerca permettono di attrarre imprese, finanziamenti internazionali, permettono di essere attrattivi sui grandi ricercatori. Solo così si innesca un percorso virtuoso che ci permette di crescere».

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Quando ha letto la classifica, qual è stata la sua prima impressione?
«Stamattina ho visto i dati e ho guardato chi abbiamo davanti. Se penso ai risultati del Politecnico di Milano, abbiamo ottenuto risultati che non erano prevedibili qualche anno fa. In ingegneria siamo ormai settimi in Europa, ma davanti abbiamo gli atenei inglesi, quello di Zurigo e mi tremano i polsi».

Altro dato positivo di quest'anno è l'ingresso nella classifica di quattro nuovi atenei: l'Accademia nazionale di arte drammatica di Roma Silvio d'Amico, l'Università della Calabria per Fisica e astronomia, la “Gabriele d'Annunzio” di Chieti-Pescara per Medicina e la Luigi Vanvitelli della Campania, sempre per Medicina. Al di là delle specificità, il nostro è un sistema che sta dimostrando di saper crescere. Sulla base di quali spinte?
«Come conferenza dei rettori abbiamo da qualche anno avviato un presidio dei ranking, per supportare tutte le università nell'affrontarli, perché bisogna capire quali sono le debolezza strutturali e locali e affrontarle. E i risultati stanno arrivando. La nostra forza è un'infrastruttura culturale e scientifica molto capillare. Tante volte questa struttura è stata criticata, ma bisogna capire che è l'unica in grado di farci coprire i divari territoriali come vogliamo fare. Siamo presenti in tutto il Paese, ma dobbiamo crescere valorizzando le qualità che ci sono sul singolo territorio e diventare più professionali. E l'attenzione ai ranking da parte della Crui si traduce in un'offerta di professionalità a tutti».

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