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Politica, big tech e inclusività: il ritorno del Met Gala va ben oltre la moda

L’evento nato nel 1948 per raccogliere fondi per il Costume Institute del Metropolitan Museum è una passerella sull’identità, i cambiamenti e i desideri della società americana. Da Elon Musk a Kim Kardashian e Hillary Clinton, ecco chi c’era e cosa vuol dire

di Chiara Beghelli

La modella Gigi Hadid sul red carpet del Met Gala 2022

4' di lettura

L’attesa è stata ben ripagata. Dopo due anni passati fra cancellazioni (nel 2020) ed edizioni in formato ridotto (quella dello scorso settembre), la ritirata della pandemia ha permesso a New York di tornare a ospitare il Met Gala, uno dei suoi eventi più amati, il primo lunedì di maggio come da tradizione.

Numeri da record: da 35mila dollari per partecipare

Il Gala è sostanzialmente una serata in cui si raccolgono fondi per sostenere il Costume Institute del Metropolitan Museum, una sezione che annualmente dedica mostre a diversi aspetti della moda e della sua storia, attirando solitamente numerosissimi visitatori, come nel caso di “Heavenly Bodies” che nel 2018 sfiorarono gli 1,7 milioni. Ideato nel 1948 da Eleanor Lambert, per finanziare l’unica sezione del museo che aveva bisogno di fondi, prima della pandemia il Met Gala accoglieva circa 600 ospiti del mondo della moda, della finanza, della politica, dell’industria, eredi delle famiglie più in vista del Paese, varie star. Oggi il numero si è ridotto a circa 400, e partecipare, cioè avere un posto a sedere a un tavolo, costa un minimo di 35mila dollari. L’edizione del settembre 2021 ha raccolto 16,4 milioni di dollari, cifre coerenti con la sua anima da “Super Bowl della moda”: secondo Business of Fashion, uno spazio pubblicitario da sei secondi nel suo streaming di circa due ore può arrivare a costare 500mila dollari. E secondo Launchmetrics, se il Super Bowl ha una media impact value di 520 milioni di dollari, il Met Gala arriva a 543.

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Moda e America contemporanea sul red carpet del Met Gala

Moda e America contemporanea sul red carpet del Met Gala

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Da dieci anni le big tech sono i principali sponsor

Due anni di pandemia non sono trascorsi senza lasciare traccia anche sul Met Gala. Certamente alcuni aspetti sono stati solidamente confermati: innanzitutto la supervisione di Anna Wintour, la storica direttrice di Vogue, che lo dirige dal 1995 e e alla quale il Costume Institute è intitolato dal 2014 (peraltro, con tempismo perfetto è uscita la sua nuova biografia non autorizzata, “Anna: The Biography”, scritta da Amy Odell); la presenza di centinaia celebrità, che si sfidano sorridendo a chi indossa la creazione più magnifica e indimenticabile; la sponsorizzazione di almeno una delle big tech, quest’anno Instagram, come da uso consolidato degli ultimi dieci anni.

Elon Musk con la mamma Maye Musk. (Photo by ANGELA WEISS / AFP)

Fino al 2010 i principali sponsor erano infatti marchi dell’industria della moda, Armani, Burberry, Balenciaga, Gap, solo per nominarne alcuni. Dal 2012 è iniziata la sequenza delle sponsorizzazioni delle big tech, com Amazon che sostenne la mostra su Schiaparelli e Prada, seguita da Yahoo e Apple. E anche se non l’ha finanziato in modo diretto attraverso la neo-acquisita Twitter, una delle star del red carpet 2022 è stato Elon Musk, accompagnato dalla mamma-modella Maya, in Dior e gioielli Chopard.

L’inclusività (o la sua ricerca) la vera protagonista dell’evento

Ma in questa edizione, appunto, qualcosa è cambiato, a partire dall’attentissima composizione della lista degli invitati, incarnazione dei valori che attraversano, o vorrebbero farlo, la moda americana e per esteso gli Stati Uniti di oggi: l’inclusività, innanzitutto, con un numero probabilmente mai così alto di ospiti non solo wasp, ma asiatici, afro-americani, curvy come Lizzo, che di recente ha lanciato Yizzy, la sua prima linea di intimo e shapewear.

Lizzo (Photo by Evan Agostini/Invision/AP)

Il numero di stilisti emergenti come Aurora James (celebre già l’anno scorso per il vestito “politico” della deputata Alexandria Ocasio-Cortez, con scritto “Tax the rich”), Kenneth Nicholson (designer dell’Alabama e molto legato alle sue origini del Sud), la vietnamtita Thai Nguyene ed Edvin Thompson, di origini giamaicane ma con un marchio, Theophilio, basato a Brooklyn. E poi, spazio a Simone Ashley, simbolo della valorizzazione della diversità per il suo ruolo dell’indiana Kate Sharma nella serie Netflix dei record Bridgerton, ma anche all’imprenditrice indiana Natasha Poonawalla, direttrice esecutiva del Serum Institute of India, una delle più grandi aziende produttrici di vaccini.

Il sindaco di New York Eric Adams con Tracey Collins. (Photo by Evan Agostini/Invision/AP)

Denuncia e impegno politico, dal sindaco di New York a Hillary Clinton

L’impegno politico, in realtà già a tratti apprezzabile nelle passate edizioni, ha preso forma per esempio con lo stesso sindaco di New York, Eric Adams, che ha partecipato al suo primo Met Gala indossando uno smoking con scritto “Stop alla violenza delle armi”, creazione dell’artista e perfomer nigeriano Laolu Senbanjo. Altri ospiti hanno interpretato a modo loro il tema della serata, la Gilded Age, quegli anni “dorati”, appunto, compresi fra la fine della Guerra Civile e l’inizio del Novecento: Hillary Clinton ha indossato un abito ispirato ai movimenti femministi a cavallo fra i due secoli, e i gioielli rossi nell’acconciatura di Gabrielle Union hanno evocato il sangue versato dagli schiavi. Ritz Ahmed si è presentato con una T-shirt bianca sotto una camicia nera per omaggiare i lavoratori immigrati dell’epoca.

Kim Kardashian con Pete Davidson (Photo by Evan Agostini/Invision/AP)

Ci sono stati poi gli immancabili riferimenti alle icone pop del passato e del presente degli Stati Uniti, a partire da Kim Kardashian, che ha indossato l’abito con cui Marilyn Monroe cantò “Happy Birthday Mr President” per Jfk al Madison Square Garden di New York poco prima di morire. In realtà, solo per il red carpet, perché il prezioso abito, oggi nel museo Ripley’s Believe or Not! di Orlando, vale circa 9 milioni di dollari. Con lei, le sorelle e la mamma Kris Jenner, dinastia dello spettacolo degli Stati Uniti di oggi.

Shaker Retiring Room, allestimento della regista Chloé Zhao. © The Metropolitan Museum of Art

La moda come autrice della storia del Paese

Infine, ma in realtà cuore dell’evento, la mostra: “In America: An Anthology of Fashion” è la seconda di due mostre che vogliono raccontare la moda degli Stati Uniti non solo come industria, ma anche come ambito che ha contribuito a scrivere la storia del Paese: ecco dunque che al Costume Institute, fra i 100 abiti in mostra, ci sono quelli indossati da due presidenti, George Washington e Abraham Lincoln, quando furono assassinati, e molte creazioni di stiliste donne e nere, come ha detto il capo curatore del Costume Institute, Andrew Bolton, «quelle che sono state dimenticate, o relegate a piè di pagina negli annali della storia della moda».

La First Lady Jill Biden ha già visitato in anteprima la mostra, soffermandosi sugli allestimenti ispirati al passato curati da nove registi come cui Radha Blank, Janicza Bravo, Sofia Coppola, Autumn de Wilde, Chloé Zhao e Martin Scorsese, che hanno firmato dei veri e propri set per raccontare il vissuto delle donne e dei loro abiti.

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