ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùDETTAGLI

Politica estera, la rotta che va chiarita

Il problema, al di là delle parole d'ordine sul “cambiamento” antagonista in chiave di recuperato sovranismo è l'esilità complessiva del contratto di governo sottoscritto l'anno scorso

di Guido Gentili


default onloading pic

2' di lettura

Che l’intervento di domani al Senato del Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, sul “caso Savoini” e le ombre russe sui presunti finanziamenti di Mosca alla Lega, possa servire anche a chiarire la rotta della politica estera del governo gialloverde? Difficile, ma ci sarebbe da augurarselo perché su questo terreno strategico l’assenza di una linea condivisa intervallata da singole iniziative spesso in contraddizione tra loro è ormai un “buco” che ne apre a ripetizione altri, restituendo l'immagine di un Paese non coeso su una questione fondamentale.

La mancata presenza del vicepremier e ministro dell'Interno Salvini al vertice informale di Parigi sui migranti, le critiche di Macron e la replica di Salvini («il vertice è stato un errore, l'Italia non fa da dama di compagnia») è solo un episodio, e a questo punto neanche granché importante.

Il problema, al di là delle parole d'ordine sul “cambiamento” antagonista in chiave di recuperato sovranismo (salvo poi, passata l'epopea degli annunci dai balconi, riallinearsi due volte in pochi mesi nei rapporti con l'Europa per evitare la procedura d'infrazione su deficit e debito) è l'esilità complessiva del contratto di governo sottoscritto l'anno scorso. Usa “alleato privilegiato” nella Nato (minimo sindacale di governo), notevole apertura alla Russia, Cina neanche citata, qualche accenno al Mediterraneo: a questo debole ancoraggio hanno fatto seguito, nel quadro della campagna elettorale permanente, una lunga serie rete di azioni e contro-azioni. Fino al punto, per esempio, che il Mov5Stelle è risultato decisivo, assieme ai sovranisti polacchi e ungheresi, per l'elezione alla presidenza del Parlamento Ue della tedesca Ursula von der Leyen, mentre la Lega ha votato contro.

E che dire della non citata Cina, impegnata nella sfida con l'America di Trump? L’adesione dell'Italia, con la convinta promozione del premier Conte al progetto d'influenza strategica promosso da Pechino con la “Via della Seta” per collegarsi e coinvolgere l'Europa Occidentale, ha determinato la forte irritazione di Washington ed anche i malumori di Berlino e Parigi. E in generale è forte l'impressione che, di volta in volta, tra attese, impegni, memorandum, affari e contratti, spezzoni di un'Italia polifonica s'accostano alle grandi potenze mondiale per ritagliarsi uno spazio e nuovi consensi elettorali. Ma tanti spazi singoli e spesso controversi, appunto, non fanno una politica estera e possono portare alla sostanziale marginalità e all'isolamento.

C'è da aggiungere che il premier Conte ed i ministri Tria e Moavero Milanesi, in particolare nei rapporti con l'Europa, hanno esercitato continue mediazioni per evitare gli strappi più forti e fare sintesi tra le richieste dei due azionisti della maggioranza di governo in diretta competizione tra loro. E va rilevato che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nei limiti del campo d'azione che gli vengono riservati dalla Costituzione, ha fatto continua opera di ricucitura e di stimolo per evitare scivoloni e tenere salda l'immagine dell'Italia nel mondo.
Ma il problema della rotta di politica estera rimane. E andrebbe chiarito.

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...