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Politica monetaria, ecco perché la Fed è pronta alla marcia indietro

Dopo una manovra molto aggressiva, che ha permesso di ottenere risultati importanti, la banca centrale Usa sta riducendo base monetaria e dimensioni del bilancio, forse per frenare il boom nell’offerta di moneta

di Riccardo Sorrentino

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(AFP)

Dopo una manovra molto aggressiva, che ha permesso di ottenere risultati importanti, la banca centrale Usa sta riducendo base monetaria e dimensioni del bilancio, forse per frenare il boom nell’offerta di moneta


3' di lettura

Missione compiuta? Non ancora, certo, ma in occasione della riunione di luglio la Federal reserve può dichiarare vittoria su diversi fronti al punto che, silenziosamente, ha iniziato una parziale marcia indietro. Nulla che possa negare l’orientamento ultraespansivo di questa fase – gli Stati Uniti sono comunque alle prese con un’epidemia piuttosto forte – ma non irrilevante.

Assicurata la stabilità finanziaria

L’INDICE FED CHICAGO DELLE CONDIZIONI FINANZIARIE
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I mercati finanziari sono stabili. Al di là del loro andamento – l’indice Wilshire 5000 Total market, che prende in considerazione tutte le quotate Usa non ha ancora raggiunto per esempio i massimi di febbraio, anche se ormai è molto vicino – l’indice nazionale delle condizioni finanziarie della Fed di Chicago, che tiene conto settimanalmente di un centinaio di andamenti diversi e misura la stabilità dei mercati, mostra non solo un rapido ritorno nell’area “espansiva”, sotto lo zero – che corrisponde alla media di lungo periodo – ma anche la rapidità della risposta della Fed, che ha fatto della crisi epidemica un episodio minore nella storia finanziaria degli Usa.

Curva dei rendimenti ai minimi da sei anni

LA CURVA DEI RENDIMENTI NEL 2020
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Le condizioni finanziarie rilevanti per la politica monetaria mostrano intanto una curva dei rendimenti che è ormai ben più in basso rispetto ai livelli della fine del quantitative easing, nel 2014. Anche il modesto rialzo che si era registrato a giugno, nelle scadenze più lunghe della curva, rispetto a marzo e aprile, è stato annullato. Il cambio effettivo del dollaro, meno importante però dei rendimenti, si è intanto stabilizzato intorno quota 120, decisamente superiore rispetto alla media post-Grande recessione (a 103), dopo aver perso il 6% tra marzo e giugno. L’indice Wilshire 5000 è ancora il 4,3% più basso dei massimi di marzo, ma aveva perso fino al 34,7 per cento.

Aspettative di inflazione in rialzo

ASPETTATIVE DI INFLAZIONE DI MERCATO
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Anche gli obiettivi di politica monetaria mostrano minori segni di stress. Le misure di mercato delle aspettative di inflazione, che erano crollate fino allo 0,16% – il break even a cinque anni – e allo 0,86% – gli inflation rate swap 5 anni-5 anni, relativi quindi al periodo 2026-2030 – sono ora tornate a oscillare intorno all’1,50-1,60%. Non hanno recuperato ancora i livelli precedenti l’epidemia – peraltro anch’essi non del tutto soddisfacenti – ma sono ormai molto vicini. Tra le misure non di mercato, però, le aspettative misurate dall’indice della Michigan University, da tempo più alte dell’obiettivo del 2%, sono balzate improvvisamente al 3,2%, i massimi dal 2014. Un piccolo campanello d’allarme?

Ripresa a «V» delle assunzioni

NUOVE ASSUNZIONI
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L’andamento delle assunzioni ha mostrato una rapida ripresa a “V”. Dalla perdita di circa 1,4 milioni di posti a marzo e 20,8 milioni ad aprile si è passati a un recupero di 2,7 milioni a maggio e 4,8 a giugno. Il bilancio è ancora decisamente negativo (e l’occupazione è comunque un obiettivo di medio, e non di breve termine della politica monetaria Usa), ma per il momento, ed escludendo la necessità di lockdowns severi, la situazione sembra migliorare.

Base monetaria in flessione

LA BASE MONETARIA NEL 2020
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La manovra della Fed è stata del resto molto aggressiva, e si è materializzata anche sotto forma di prestiti diretti. Se però si analizza l’andamento della base monetaria (e quello, collegato, delle dimensioni di bilancio), si nota però che la banca centrale Usa, dal 3 giugno, ha iniziato una manovra di deciso ridimensionamento del proprio “stimolo”. La money base è passata dai 3.500 miliardi di marzo ai 5.200 di inizio giugno, con un incremento del 48,6% in poco meno di tre mesi, ma poi è calata a 4.770 miliardi, con una flessione dell’8% in un mese. In termini di tassi annuali, che rendono possibile il confronto, si è passati da un incremento del 387% a un decremento del 159%.

In frenata l’offerta di denaro

L’OFFERTA DI MONETA M1
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Il motivo va forse cercato nell’andamento dell’offerta di denaro. Da una crescita media di lungo periodo dello 0,55% mensile (che corrisponde a un +6,8% a ritmi annui), si è bruscamente passati, sia pure per un periodo molto breve, a ritmi che hanno toccato e superato il 14% (+380% a ritmi annui). In Eurolandia, per fare un confronto, si è passato da ritmi annui (2013-2019) dell’8,3% a un picco del 43% a marzo. La necessità di liquidità e di prestiti ponte da parte di famiglie e imprese hanno reso necessario questa esplosione dell’offerta di moneta (generata in larga parte dai depositi), ma è evidente che quei ritmi non potevano continuare. Alla flessione della base monetaria si è allora accompagnata una frenata di M1, che è rimasto sostanzialmente stabile per tre settimane tra fine giugno e metà luglio.

Riproduzione riservata ©
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    Riccardo SorrentinoRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: Italiano, francese, inglese

    Argomenti: Economia internazionale, politica monetaria, dati macroeconomici, Francia

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