le sfide del nuovo governo

Politiche attive, serve un sistema più moderno

di Francesco Seghezzi


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3' di lettura

Se lo scoglio maggiore nella costruzione del nuovo governo sembra superato dopo le consultazioni al Quirinale, un occhio ai possibili dossier che il nuovo esecutivo dovrà affrontare ci riporta a una difficile realtà. Pensiamo al lavoro, ad esempio, sul quale sono da poco arrivati dati che mostrano uno stop del trend di crescita e un calo importante dei lavoratori permanenti. Negli ultimi cinque anni la strada intrapresa dal Pd con il Jobs Act (sebbene non senza opposizione interna) è stata radicalmente criticata dal M5S che, non appena al governo, è subito intervenuto con il Decreto Dignità ed è legittimo pensare che senza la presenza della Lega quel decreto avrebbe riguardato anche il grande totem che sempre ritorna nelle discussioni sul diritto del lavoro: l’articolo 18. Viste le componenti del governo, tutt’altro che omogenee al loro interno oltre che lo scostamento, nel Pd, tra dirigenza e parlamento, si potranno individuare sintesi spostate più sul lato del riformismo o, al contrario, sulla restaurazione del regime pre-Jobs Act.

Ma tutte queste complesse dinamiche devono essere osservate all’interno del più ampio contesto economico e sociale che caratterizza il mercato del lavoro italiano, e globale, contemporaneo. Infatti a fronte di un lavoro costantemente riformato nel corso dell’ultimo decennio, nel quale si possono contare almeno dieci riforme differenti, la sua mancanza, la sua instabilità, la sua debolezza restano tra le prime preoccupazioni degli italiani. Occorre quindi individuare un obiettivo comune tra le due componenti del nuovo governo che diventi oggetto di tutte le attenzioni dei ministeri competenti, senza perdere troppo tempo in misure minori che porterebbero solo a evidenziare e acuire distanze innegabili.

Una strada potrebbe essere dare finalmente il via a un moderno sistema di politiche attive del lavoro in Italia. Obiettivo non certo semplice né banale, e che necessità inoltre di risorse, ma che, se ben inquadrato, può rispondere a quella che sembra la domanda principale dei cittadini in merito al lavoro: la sua sicurezza. Sicurezza che nei mercati del lavoro di oggi, profondamente dipendenti dalla domanda incostante, dalla richiesta di personalizzazione e quindi da processi produttivi mutevoli, non può essere garantita unicamente dalle tutele del contratto di lavoro. Se anzi queste fossero ripristinate come da Statuto dei lavoratori del 1970, o anche ampliate rispetto a quello (come qualcuno propone), il rischio sarebbe quello di un ingessamento del mercato che ridurrebbe le opportunità di accesso, soprattutto per le categorie più svantaggiate, giovani in primis.

Politiche attive che possono ripartire da un ponte che unisca i due provvedimenti identitari di M5S e Pd, il reddito di cittadinanza e il Jobs Act, in particolare il decreto 150/2015. Il primo si è visto essere soprattutto una misura di contrasto alla povertà in quanto il 70% degli aventi diritto non verrà inserito nel percorso di inserimento lavoratori tramite i Centri per l’impiego e i navigator. Oltre a questo, ed è l’elemento più grave e urgente, a oggi la seconda fase, quella del reinserimento lavorativo, è al palo con centinaia di migliaia di persone che ricevono un reddito senza fare nulla in cambio, pur potendolo fare. Data la difficoltà di cancellare una misura così importante per il M5S, si potrebbe ripartire proprio da una vera attuazione della fase due così che possa incontrarsi con quanto previsto dalle norme del Jobs Act mai pienamente attuate, coinvolgendo non solo i percettori del reddito ma potenzialmente tutti i lavoratori che ne hanno bisogno. Non nuove leggi quindi, che impiegherebbero anni per essere applicate e che verrebbero, come sempre ormai accade, vanificate da nuovi interventi normativi dei governi che si succederanno. Lo sforzo è quello della costruzione, a partire da questi due provvedimenti, di un quadro unitario del sistema delle politiche attive che possa consentire il funzionamento di un mercato del lavoro moderno nel quale transizioni e sicurezza possano far parte di un unico disegno con al centro il lavoratore.

Questo è un auspicio e una proposta concreta, che potrebbe anche prendere una forma specifica differente, ma il cui metodo sembra essere l’unico che può funzionare. Chiaro, è sempre possibile una soluzione più comoda, quella del rintanarsi in un nuovo populismo sociale, che promette per via legislativa diritti sotto forma di tutele anacronistiche, nella convinzione che Stato e mercato siano due entità nemiche e che il primo debba combattere il secondo, il tutto all’interno della dimensione geografica nazionale.

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