Il ruolo degli incentivi

Politiche a costo zero che spingono le imprese verso la transizione

L’obbligo della rendicontazione non finanziaria obbligatoria accresce di molto gli investimenti in chiave green

di Leonardo Becchetti

Stimoli necessari. La riconversione delle flotte aziendali passa anche dagli incentivi

4' di lettura

La transizione ecologica rappresenta senza dubbio una delle maggiori sfide che abbiamo di fronte per i prossimi anni. Per evitare un aumento della temperatura media in grado di scatenare catastrofi climatiche ci siamo dati l’obiettivo di emissioni nette zero entro il 2050 e quello intermedio di una loro riduzione del 55% entro il 2030. È altresì noto che la transizione ecologica non può non essere accompagnata da un’attenzione alle sue ricadute sociali per evitare che il suo peso gravi sulle spalle dei ceti più deboli.

La letteratura scientifica è concorde sul fatto che lasciare tutto al mercato generi due tipi di fallimenti. Il primo è un investimento inferiore a quello socialmente ottimale necessario per vincere la sfida climatica. Il secondo è la mancata generazione di scoperte e idee innovative che creano l’ humus che consente poi ad altre imprese e innovatori di fare ulteriori passi in avanti.

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Nella riflessione sulle politiche che possono stimolarla si ragiona inevitabilmente sul ruolo della finanza pubblica. I dibattiti sui sistemi d’incentivo agli investimenti green, le agevolazioni per la rottamazione e la sostituzione di beni di consumo strumentale e auto inquinanti, i fondi necessari per rendere la transizione giusta evitando effetti distributivi perversi e proteste sociali che possano frenarla sono all’ordine del giorno e mettono in evidenza il problema del trade-off (dilemma) tra equilibri della finanza pubblica ed efficacia dell’intervento ai fini della transizione non avendo la certezza che l’azione privata verso la sostenibilità non si sarebbe realizzata lo stesso anche senza l’intervento vista la spinta dei mercati e le aspettative degli investitori.

Uno dei modi in cui si valuta l’efficacia di questi interventi con risorse pubbliche è proprio la loro capacità di attivazione
di finanza privata. E il dilemma resta quello se sussidiare
ex ante gli interventi che si aspetta generino progressi ecologici o premiarli ex post con una logica tipo patent box per l’innovazione tecnologica.

Un esempio di quest’ultimo approccio è quello dei Contracts for carbon differences con i quali l’Ocse propone di premiare con una remunerazione fissa (100 euro per tonnellata di CO2 evitata) gli investimenti che fanno fare passi avanti verso l’obiettivo delle emissioni nette zero. Sistemi premiali “tecnologicamente neutrali” di questo tipo possono rappresentare uno stimolo importante per le imprese nei settori energivori o hard-to-abate come accaio, cemento e plastica per sviluppare tecnologie che accelerino la transizione.

Nel set delle politiche possibili esistono però anche interventi sulla regolamentazione a costo zero che possono realizzare l’impatto sperato e sono particolarmente preziosi perché ci portano fuori dal dilemma non incidendo sulla spesa pubblica. Un esempio interessante è l’introduzione in attuazione della direttiva Ue 2004/195 con decreto legge 254/2016 della rendicontazione non finanziaria obbligatoria in Italia dal 2017 per le imprese dai 500 addetti in su in possesso di due requisiti aggiuntivi sul totale dell’attivo (20 milioni e oltre) e sul fatturato (40 milioni e oltre).

La regolamentazione sulla rendicontazione non finanziaria è oggi piuttosto soft non imponendo particolari indicatori o modalità, ma la domanda è se anche così essa abbia o meno creato impegno addizionale delle imprese nella Corporate social responsibility (Csr) e investimento addizionale nella transizione ecologica. La sottostante ipotesi di ricerca è che, dovendo obbligatoriamente redigere la rendicontazione, le imprese sono sotto lo scrutinio degli analisti finanziari. Pertanto i costi di un impegno limitato o inesistente o addirittura di una rendicontazione green solo di facciata (washing) diventano rilevanti, spingendo le aziende che devono obbligatoriamente fare la rendicontazione ad aumentare il loro investimento in sostenibilità ambientale.

Per verificare l’esistenza di un eventuale nesso di causalità tra introduzione della rendicontazione non finanziaria e investimenti sostenibili delle imprese in un lavoro di
ricerca realizzato con Sara Mancini e Nazaria Solferino
abbiamo adottato l’approccio del discontinuity design
studiato ed implementato tra gli altri dal Nobel all’economia di quest’anno Guido Inbens.

L’ipotesi è che attorno alla soglia dei 500 addetti (pochi
addetti in più o pochi addetti in meno) l’unico fattore rilevante che cambia significativamente sia proprio quello dell’introduzione della nuova regolamentazione. Dunque l’eventuale verifica di un salto in alto nella propensione a investire nella sostenibilità attorno a quella soglia indicherebbe che il nesso di causalità nella direzione di uno stimolo ad una maggiore responsabilità ambientale esiste.

Il lavoro è stato effettuato usando i dati dell’Indagine Multiscopo dell’Istat che contiene informazioni tra il 2016 e il 2018 per l’universo delle imprese italiane dai 250 addetti in su (le medie e le grandi) e un ampissimo campione rappresentativo delle aziende da 3 a 249 addetti. I risultati indicano chiaramente un salto tra il 25 e il 33% su ciascuna delle possibili voci di investimento in sostenibilità ambientale rilevate dall’indagine. In particolare i quattro ambiti specifici nei quali riscontriamo la significatività dell’effetto sono la gestione dei rifiuti, l’uso di materia seconda come input in processi di economia circolare, il controllo dell’inquinamento e la riduzione delle emissioni climalteranti. Tra gli investimenti considerati che ricadono in queste categorie quelli in impianti di cogenerazione e di trigenerazione e la sostituzione della flotta aziendale con auto a motore a scoppio in auto ibride o plug-in.

La proposta della riduzione alla soglia di 250 addetti
della rendicontazione non finanziaria obbligatoria (e introduzione di indicatori più stringenti di reportistica coerenti con gli standard contabili europei in materia) è attualmente in corso a livello europeo e nazionale. Il risultato della nostra analisi supporta l’ipotesi che essa potrebbe essere un’efficace politica a costo zero per lo Stato per dare un impulso molto significativo a quella trasformazione industriale coerente con il percorso della transizione ecologica che rappresenta per le imprese stesse una garanzia
di sopravvivenza e competitività futura.

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