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Politiche pubbliche umane, progettate per umani

Le persone compiono errori e questi errori sono prevedibili. Se possiamo prevederli possiamo anche progettare politiche che ne riducano la frequenza

di Vittorio Pelligra

(AFP)

6' di lettura

Il ruolo della politica economica è quello di intervenire nel funzionamento dei meccanismi economici per rimuovere tutti gli ostacoli che ne riducono l'efficienza, dall'eccesso di potere di mercato alla presenza di asimmetrie informative, dalla produzione di esternalità a quella di beni pubblici. Lo si fa, generalmente, prendendo come guida modelli teorici che si fondano su alcune assunzioni di base e in particolare su quella di avere a che fare con agenti razionali ed autointeressati.

Al riguardo il Nobel Richard Thaler e il giurista Cass Sunstein scrivono: «Se leggete un manuale di economia, scoprirete che l'homo oeconomicus ha le facoltà intellettuali di Albert Einstein, una capacità di memoria paragonabile a quella del Big Blue, il supercomputer della Ibm, e una forza di volontà degna di Gandhi. Davvero. Ma le persone che conosciamo non sono fatte così. Le persone vere riescono a malapena a fare una divisione lunga senza usare la calcolatrice, qualche volta dimenticano il compleanno del marito o della moglie e il giorno di Capodanno accusano i postumi di una lunga bevuta. Non appartengono alla specie dell'homo oeconomicus, ma a quella dell'homo sapiens» (“Nudge”. Feltrinelli, 2014).

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Da una parte abbiamo dunque gli “Econs”, così li chiamano amichevolmente Thaler e Sunstein e, dall'altra, invece, gli “Humans”. Negli ultimi decenni si è molto sviluppato lo studio degli “Umani” in ambito economico, lo studio delle scelte che le persone reali compiono, tenendo conto di tutte le loro idiosincrasie e le loro limitazioni cognitive. Si tratta della, cosiddetta, economia comportamentale e ci spiega molto bene quando e perché le nostre decisioni sono soggette a errori sistematici (bias) e ad altro genere di abbagli.

Il nostro cervello, del resto, si è evoluto per metterci nelle condizioni di poter sopravvivere in un ambiente molto differente rispetto a quello nel quale la maggior parte di noi oggi vive e per fare cose molto diverse da quelle che generalmente la maggior parte di noi oggi fa. Invece che attraverso un calcolo razionale dei costi e dei benefici le nostre decisioni scaturiscono dall'uso di “euristiche”, vere e proprie, scorciatoie cognitive che funzionano molto bene per farci risparmiate tempo ed energie, ma che, ogni tanto, ci portano fuori strada. Così come la teoria economica popolata dagli “Econs” genera implicazioni operative per le politiche pubbliche, da qualche tempo si è iniziato a ragionare intorno alla forma che potrebbero prendere le stesse politiche se fossero informate dai modelli di economia comportamentale costruiti intorno agli “Umani”.

Il nostro presupposto era semplice. Poiché le persone reali non sono “Econs” compiono errori e questi errori sono prevedibili. Se possiamo prevedere tali errori, possiamo anche progettare politiche che ne riducano la frequenza. Da questo approccio è scaturita una nuova disciplina che viene indicata come “behavioral public policy”. Il contributo più famoso, probabilmente, a questo ambito lo hanno dato proprio Thaler e Sunstein con il loro libro “Nudge” nel quale popolarizzano l'idea di una forma di intervento che sfrutta a favore dei cittadini le loro stesse limitazioni cognitive secondo un approccio che i due definiscono di “paternalismo libertario”.

L'esempio della mensa scolastica è il loro preferito. Partiamo da un obiettivo importante di salute pubblica: la lotta all'obesità infantile su cui tutti siamo d'accordo. Come lo si potrebbe raggiungere? Il decisore pubblico ha vari strumenti. Si possono prevedere, per esempio, degli obblighi e dei divieti: le bevande zuccherate sono vietate nelle mense e, inoltre, carote e broccoletti devono essere serviti almeno tre volte alla settimana. Si possono usare incentivi o disincentivi: su può abbassare il prezzo della verdura e aumentare quello dei dolci. Si può, infine, operare attraverso la persuasione, campagne informative e momenti educativi sugli effetti negativi di una dieta sbagliata.

Tutti questi strumenti di intervento hanno aspetti positivi e negativi. Hanno diversi livelli di efficacia e costi differenti. Hanno anche un livello di intrusività, in alcuni casi, molto elevato. Gli obblighi e i divieti sono limitazioni della libertà di scelta e la loro legittimità, anche davanti a un obiettivo condivisibile, è comunque problematica. Ecco allora l'idea del “paternalismo libertario” di Thaler e Sunstein: è possibile perseguire un obiettivo che paternalisticamente riteniamo importante – la salute dei bambini – in maniera libertaria, preservando pienamente, cioè, la libertà di scelta? La risposta è “si”, attraverso l'uso di un altro strumento di intervento pubblico, i cosiddetti “nudge”. Si tratta di operare in modo da creare un ambiente di scelta, una vera e propria architettura della scelta che, sfruttando le euristiche e i bias, cioè proprio le nostre limitazioni cognitive, ci indirizzi – “nudge” vuol dire spintarella gentile – verso la scelta ottimale, ma senza impedirci, volendo, di fare qualunque altra cosa tra le opzioni possibili.

Nel caso della mensa questo cosa vuol dire. Sappiamo che l'ordine nel quale vengono presentate le pietanze ha un impatto sul numero medio di calorie introdotte nell'organismo. Occorre studiare questa architettura di scelta – l'ordine delle pietanze – in modo da rendere più probabile la scelta degli alimenti salutari e meno frequente quella dei cibi nocivi, il tutto in vista dell'obiettivo di salute pubblica che si vuole raggiungere. Le pietanze sono tutte disponibili – nessun divieto o nessun maggior costo – ma il modo in cui vengono presentate facilita la scelta di quelle più sane, ecco lo spirito del “paternalismo libertario”.

L'argomento più forte a sostegno dell'utilizzo del “nudging” e quello secondo cui non si può non fare “nudging”. Infatti, il cibo in qualche ordine necessariamente deve essere disposto. E se sappiamo che l'ordine ha sempre una conseguenza sul comportamento, tanto vale ragionare in modo esplicito su quale obiettivo vogliamo raggiungere. Se si vuole promuovere la scelta di un certo prodotto in un supermercato lo si posiziona o vicino alle casse o nei ripiani centrali degli scaffali. Sappiamo infatti che, per come funziona il nostro sguardo e a causa della mancanza di autocontrollo, queste sono le posizioni più insidiose per i nostri portafogli.

Qualche tempo fa la mia banca ha spostato il pulsante per richiedere lo scontrino del prelievo al bancomat da destra a sinistra. Prima il “si, voglio lo scontrino” si trovava a destra dello schermo, ora, invece, lì si trova il “no, non voglio lo scontrino”, mentre il “sì” è stato spostato a sinistra. Perché non possiamo non fare “nudging” e, a un certo punto, la banca si è accorta che spostando il sì a sinistra il numero di scontrini emessi si riduceva significativamente con grande risparmio di carta e inchiostro.

Perché le scelte, tutte le scelte che noi facciamo non avvengono nel vuoto, ma all'interno di ambienti che esercitano un effetto sul nostro comportamento, rendendo, per esempio, più o meno probabile una scelta piuttosto che un'altra. Nel caso della mia banca, la modifica dell'“architettura della scelta” è finalizzata a rendere meno probabile la richiesta dello scontrino semplicemente rendendo meno naturale alla maggioranza di noi, destrimani, la scelta di un'opzione che si trova posta a sinistra dello schermo, invece che a destra.

Queste tecniche, utilizzate abitualmente dalle imprese private per farci comprare i loro prodotti, possono essere utilizzate saggiamente anche dai policy makers per promuovere obiettivi pubblici importanti relativi alla salute, all'ambiente, al risparmio e a molti ambiti della nostra vita nei quali saremmo naturalmente portati a fare scelte non sempre ottimali. Ne avrebbero grande beneficio soprattutto coloro che sono più vulnerabili all'irrazionalità di certe scelte.

Per questa ragione Colin Camerer, Matthew Rabin, George Lowenstein e altri utilizzano a riguardo l'espressione “paternalismo asimmetrico”, proprio per indicare una forma di intervento “che crea grandi benefici per coloro che commettono errori, mentre causa poco o nessun danno a coloro che sono pienamente razionali. (“Regulation for Conservatives: Behavioral Economics and the Case for Asymmetric Paternalism”. University of Pennsylvania Law Review 151, pp. 1211-54, 2003”.

E' chiaro che senza obblighi, regolamenti, incentivi e sanzioni le nostre comunità difficilmente riuscirebbero ad andare avanti, ma ci sono molti ambiti nei quali forme di regolazione più soft sono preferibili. In tutti questi casi l'opzione del “nudging” è certamente da prendere in considerazione. Come espressamente scrivono Thaler e Sunstein si tratta di “Influenzare le scelte in modo da migliorare il benessere di coloro che scelgono, secondo il giudizio di questi ultimi”. Non sarebbe un cattivo esercizio per i nostri governanti che, non di rado, sembrano sostituire il loro giudizio a quello dei cittadini.

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