rischio maltempo

Polizze agricole in crescita, ma il 90% dei campi non è assicurato

Contro i fenomeni atmosferici che minacciano le coltivazioni ancora in pochi scelgono di proteggere i terreni. Attualmente le aziende coperte sono 78mila

di Alessio Romeo


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3' di lettura

Oltre a ridisegnare la mappa delle coltivazioni, spostando sempre più a Nord la linea di confine di molte produzioni, il cambiamento climatico sta modificando in profondità anche il mercato delle assicurazioni in agricoltura. Nessun settore è forse più direttamente esposto agli effetti degli eventi metereologici estremi sempre più intensi e frequenti: oltre il 25% dei danni da catastrofi naturali riguarda l'agricoltura, percentuale che sale all’80% nel caso delle prolungate siccità. A novembre in Italia ci sono stati sei nubifragi al giorno, l'eccezionalità degli eventi atmosferici estremi è diventata la norma e, secondo la Coldiretti, è costata all'agricoltura italiana oltre 14 miliardi in un decennio tra perdite di produzione e danni a strutture e infrastrutture nelle campagne.

I cambiamenti climatici stanno così, seppur lentamente, convincendo gli agricoltori italiani ad aumentare il ricorso alle polizze contro i rischi atmosferici, alzando i livelli di copertura, anche se con grandi differenze per aree e colture. La prima accelerazione è arrivata due anni fa, nell'orribile 2017 funestato da gelate e siccità, che ha registrato un aumento del 50% dei risarcimenti pagati dalle compagnie. Nonostante il conseguente aumento dei premi pagati dagli agricoltori nel 2018, saliti mediamente dal 6,7 all'8,1% del valore assicurato, il ricorso alle polizze è cresciuto del 4,9 per cento.

Solo il 9% delle aziende sono assicurate
Gli ordini di grandezza restano però bassissimi: le aziende assicurate sono appena 78mila, il 9% del totale, che rappresentano l'8,3% della superficie agricola nazionale e il 18,7% della produzione. Con un profondo divario tra le aree del Centro-Nord e il Mezzogiorno che rappresenta ancora – secondo l'ultimo rapporto Ismea – solo il 12% delle aziende agricole assicurate a livello nazionale, quota che scende al 7% dei valori e ad appena il 5% delle superfici. Un divario che emerge paradossalmente soprattutto nei comparti che caratterizzano l'agricoltura del Sud, come nel caso del grano duro, con il “Granaio d'Italia” che conta appena 214 aziende assicurate a fronte delle oltre 2.700 del Nord, dove la coltura è meno diffusa.

Tra le ragioni dello scarso ricorso degli agricoltori del Sud verso le polizze agricole figurano motivazioni economiche, come l'eccessivo costo delle polizze, esperienze pregresse negative in occasione di perizie e risarcimenti e il frequente approccio “fai da te” nella gestione del rischio attraverso tecniche agronomiche di prevenzione dei danni e strutture di protezione. Tra le aziende che non si sono mai assicurate, sempre secondo l'indagine Ismea, il 75% ignora l'esistenza delle agevolazioni pubbliche, ma un 13% di questi, dopo essere stati informati dell'esistenza del contributo, si dichiara propenso ad assicurarsi, rivelando un potenziale inespresso del mercato assicurativo al Sud.

L'esempio francese
In Francia, la tipologia di polizze contro i nuovi rischi climatici è quella che è cresciuta di più negli ultimi anni, fino a raggiungere una copertura del 30% delle superfici della prima potenza agricola europea. A livello globale, il mercato delle assicurazioni agricole è concentrato nei paesi ad alto reddito agricolo, con gli Usa che rappresentano da soli il 38% dei premi. «In Italia il principale problema resta lo scarso ricorso alle assicurazioni – spiega Pier Ugo Andreini, amministratore delegato di Ara 1857, una della principali compagnie del settore insieme a Generali e Cattolica – anche se qualcosa sta cambiando nella percezione degli agricoltori. Anche in Francia in realtà sono cresciute soprattutto nuove forme sperimentali di assicurazione che in realtà sono ancora poco significative ai fini dei danni importanti alle grandi colture».

Il mercato nazionale è caratterizzato invece da una grande frammentazione geografica e produttiva. «In alcune aree e prodotti - conferma Andreini – come le mele del Trentino o il comparto della frutta in Emilia Romagna, i valori assicurati in percentuale sono molto elevati. Al Sud c’è invece ancora l’antica convinzione che se succede qualcosa, qualcuno provvede. Questo, al di là della valutazione sociale, è assolutamente sbagliato sul piano economico. È un fatto culturale, anche se negli ultimi anni c’è stata un’evoluzione importante. Finalmente si è cominciato a parlare di qualcosa di nuovo rispetto alla secolare assicurazione grandine, l’evento catastrofale è diventato drammaticamente attuale.

È paradossale che in un settore dove le polizze sono cofinanziate da fondi pubblici per oltre il 50% il ricorso allo strumento sia ancora così basso. Ma il vero problema è prendere coscienza dell’aggravamento sistemico dei danni climatici. Il singolo agricoltore è ancora interessato al piccolo danno, quando sempre più spesso una catastrofe estesa rischia di distruggere intere aziende. Nella scelta, l’agricoltore dovrebbe guardare oltre e privilegiare la copertura dai danni catastrofali, perché entrambe non si possono fare, altrimenti salta il rapporto tra premio e massimale».

Per approfondire:
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