investimenti assicurativi

Polizze e BTp ancora insieme (ma non per sempre)

Le compagnie stanno diversificando gli investimenti ma resta saldo il legame con i titoli di Stato

di Federica Pezzatti


3' di lettura

Un vero e proprio forziere di titoli di Stato italiani. Così si possono ancora definire le riserve delle compagnie italiane. I Govies del Belpaese, nonostante la diversificazione messa in atto, valgono ancora 297 miliardi, pari al 43% degli investimenti vita e danni fatti dalle assicurazioni. Questi i dati, a fine 2018, pubblicati nella Relazione Ivass presentata il 20 giugno 2019 . Un dato che scende di anno in anno: a fine 2017 i titoli di Stato italiani infatti pesavano il 44,6% (per un totale di 310 miliardi di euro ). Come risulta dalla Relazione dell’Authority infatti a fine dello scorso anno gli investimenti gestiti dalle imprese di assicurazione, al netto degli attivi destinati al comparto linked, ammontavano a 690 miliardi di euro con un decremento dello 0,9% rispetto al precedente esercizio. Nel complesso è lievemente diminuito il valore di mercato dei titoli obbligazionari (governativi, bond societari e strutturati). dal 74,3% al 73,6%.

Le compagnie stanno mettendo in atto una diversificazione degli investimenti e le motivazioni sono varie. In primis, la forte penalizzazione che il “rischio Paese” ha sui titoli assicurativi italiani quotati in Borsa. Dopo i copiosi investimenti effettuati nel periodo di crisi dello spread (tra il 2011 e il 2012), negli anni più recenti le assicurazioni, complice i bassi rendimenti, hanno ridotto gli investimenti in titoli del settore pubblico, italiani ed esteri, per diversificare gli attivi.

Nell’ultimo periodo gli assicuratori stanno puntando anche su bond corporate, obbligazioni emergenti in grado di generare flusso cedolare e investimenti alternativi. In espansione anche l’investimento in fondi comuni e Sicav dove le compagnie investono 80 miliardi di euro contro i 73,5 miliardi di fine 2017. Tuttavia, il legame con i generosi titoli di Stato che hanno in portafoglio è difficile da chiudere. Non soltanto per convenienza (visto che il flusso cedolare di questi titoli è sostenuto) ma anche per motivi legati alla gestione delle numerose plusvalenze latenti che, se realizzate dalle gestioni separate, devono essere girate agli assicurati nello stesso anno di incasso.

Tra i temi di diversificazione non pare esserci un grande ritorno di fiamma dell’azionario, detenuto direttamente. Del resto, l’esposizione all’equity degli assicuratori italiani indicata dalla relazione è intorno al 12%. E visto che circa il 70% degli attivi è relativo a contratti garantiti (classe c) la scelta deve ricadere su asset class adeguate e prudenti anche in un’ottica Solvency II.

Mentre il discorso cambia per i fondi comuni (11,6%), con investimenti in Oicr molto più bassi in Italia rispetto all’Ue: in Francia, per esempio, i fondi pesano per oltre il 20%, mentre in Germania si sfiora il 30%.

Facile immaginare allora che anche in Italia si andrà verso un maggiore utilizzo del risparmio gestito. Già l’offerta si sta rifocalizzando sui prodotti Unit e multiramo che tuttavia riversano il rischio sui risparmiatori. Ma i fondi comuni aumenteranno anche nelle gestioni separate: qualcuno ne fa già ampio utilizzo in particolare chi ha rapporti di bancassurance con gruppi esteri, come Axa-Mps.

Le compagnie stanno anche puntando, seppure con investimenti minimali, sul rischio di credito: secondo l’Ania gli investimenti esposti a tali asset è di 38,7 miliardi tra investimento diretto, private placement, minibond, cartolarizzazioni di crediti, covered bond e fondi specializzati su queste attività.

Rimane adesso un dubbio: ci sarà qualche vantaggio anche per gli assicurati in questo nuovo paradigma del risparmio assicurativo, con prodotti meno garantiti e più focalizzati su fondi comuni e su strumenti alternativi? In linea teorica, infatti, su trasparenza e costi le cose potrebbero peggiorare per i risparmiatori.

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