ipotesi allo studio del governo

Polizze, con l’imposta di bollo cade il tabù

di Federica Pezzatti

3' di lettura

Le polizze Vita tradizionali di Ramo I rappresentano una buona fetta del risparmio degli italiani. Secondo recenti stime dell'Ania gli attivi Vita riconducibili a gestioni separate (grandi salvadanai dove sono depositati i premi inerenti al ramo I e V) a metà 2017 ammontavano a 494 miliardi di euro con un recupero del 5,6% sull'analogo periodo del 2016. Finora questi investimenti di ramo I erano gli unici insieme ai fondi sanitari a non pagare il cosiddetto bollo sugli investimenti (0,2 % annuale). Ramo V (polizze di capitalizzazione) e unit linked (ramo III) erano invece già rientrate a pieno titolo tra le tipologie di investimento colpite dal bollo essendo sostanzialmente polizze di tipo finanziario.

Dove investono
Buona parte di questi attivi depositati riconducibili a polizze cosiddette rivalutabili (ramo I) sono investiti in titoli di Stato che pesano ancora per il 66% circa sul totale gestito (pari appunto a circa 500 miliardi di euro). Le vecchie polizze rivalutabili nel tempo hanno assottigliato le loro garanzie ma rappresentano ancora uno strumento in grado di coniugare basso rischio (visto che, grazie a una contabilità al costo storico e non mark to market, sono anestetizzate dalle oscillazioni dei prezzi di titoli inseriti in portafoglio, a differenza dei fondi comuni di investimento) a un rendimento contenuto ma costante: nel 2016 il loro rendimento medio lordo è stato pari al 3,24 per cento. Nell'ultimo quinquennio il rendimento medio lordo annuo è stato del 3,7%, a fronte del 2% registrato dai titoli di Stato, del 2% della rivalutazione del Tfr e dello 0,8% dell'inflazione.

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Anche per amministrare al meglio le plusvalenze nette latenti delle proprie gestioni separate, che a fine 2016 erano pari a 34 miliardi circa, le compagnie hanno fatto alcune richieste di cambiamento delle regole di questi contratti alla loro Authority di settore, tenuto conto del mutato scenario dei tassi (scesi a zero) e del contestuale avvio di Solvency II che impone più rigidi criteri di assorbimento del capitale. A breve dovrebbero arrivare in pubblica consultazione le modifiche al regolamento 38 Isvap (oggi Ivass).

Secondo indiscrezioni pare che delle tre richieste fatte dall'industria assicurativa ne sarebbe stata accolta per ora solo una, ossia quella riguardante la creazione di un fondo utili dove fare confluire eventuali saldi positivi derivanti dall'attività di compravendita dei titoli realizzata nell'esercizio (non dunque cedole e dividendi). Questa possibilità sarà però concessa solo per i nuovi contratti, mentre per i vecchi non cambierà nulla. La possibilità di spalmare su più esercizi le plusvalenze realizzate durante un singolo anno è un'opzione interessante per le compagnie in un momento come l'attuale in cui le gestioni hanno in pancia titoli di Stato che hanno raggiunto prezzi molto elevati: se i gestori li vendono devono contabilizzare nell'esercizio tutta la plusvalenza realizzata, se non li vendono rischiano di vedere sgonfiare i prezzi dei titoli di fronte a un eventuale futuro rialzo dei tassi.

Sui vecchi contratti, se le modifiche andranno in porto, si continuerà però a retrocedere il rendimento come previsto fino a oggi. Per i nuovi clienti la compagnia potrà accantonare invece il saldo tra minus e plusvalenze realizzate con la facoltà, e non con l'obbligo, di accantonarne una parte in un fondo utili per poi restituire l'importo entro gli anni che Ivass indicherà (si pensa 5 o a 8 anni).

La garanzia resta
Parrebbe invece bocciata, almeno per ora, la richiesta di poter prevedere contratti che riducano la garanzia del capitale versato: in altri termini se oggi le compagnie garantiscono il rimborso a scadenza del 100% dei premi al netto costi, l'industria chiedeva di scendere intorno al 90%-95%. Su questo fronte l'Authority ha deciso di conservare, come fattore distintivo, la tutela prevista da questi contratti (che sono, o forse dobbiamo dire erano, anche gli unici che non pagano il bollo annuale sugli investimenti). Non è detto tuttavia che questo nodo verrà eventualmente affrontato con un futuro intervento normativo ad hoc.
Il terzo punto, in realtà ancora al vaglio, riguarda la possibilità di utilizzare all'interno delle gestioni derivati di copertura (in particolare contratti future) in un'ottica non speculativa ma finalizzata a tutelare le gestioni, rendendole più efficienti.

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