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Polonia e Mezzogiorno d’Italia: gemelli negli aiuti Ue, diversi nella crescita

di Giuseppe Chiellino


Manzocchi (Luiss): con fondi Ue “catene del valore” anche per imprese del Sud

5' di lettura

Che differenza c’è tra la Polonia e l’Italia? E in particolare tra le regioni polacche e il Mezzogiorno? La Polonia è il paese europeo che cresce di più, il 5,1% nel 2018 e il 4,2% quest’anno, escludendo Irlanda e Malta che hanno tassi crescita più alti ma non dimensioni tali da essere paragonate all’Italia che è il Paese più lento: +0,9% l’anno scorso e praticamente fermo quest’anno (+0,1%). Divergenti nella crescita, Polonia e Italia hanno una cosa in comune: sono i primi due beneficiari dei fondi strutturali europei: più di 86 miliardi la prima e poco meno di 45 miliardi la seconda nella programmazione 2014-2020.

Il confronto con il Mezzogiorno
L’analogia diventa ancora più significativa se il confronto si restringe al Mezzogiorno che rientra nelle aree meno sviluppate, come quasi tutta la Polonia, su cui si concentrano i fondi europei. Il parametro è l’intensità dell’aiuto, misurato in euro procapite: 239 all’anno per un polacco contro i 200 di un cittadino di Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia. Nel Mezzogiorno, però, la crescita non ha superato lo 0,6% nel 2018 e sarà ancora più bassa quest’anno (dati Svimez).

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Pur tenendo conto del fatto che, in termini percentuali rispetto al Pil delle due aree, l’incidenza degli investimenti finanziati dai fondi europei è abbastanza diversa, si può dire che la Polonia, anche grazie ai fondi europei, cresce ad un ritmo 8-10 volte maggiore di quello del Mezzogiorno. Perché? Abbiamo girato la domanda a Marc Lemaitre, direttore generale della Dg Politiche regionali della Commissione europea, che sovrintende alla gestione della politica di coesione e dei fondi strutturali.

«Siamo di fronte a dinamiche molto diverse», spiega Lemaitre. «Le condizioni di partenza della Polonia sono abbastanza uniformi, non paragonabili a quelle del Sud Italia che è parte di un sistema Paese molto più sviluppato, con un costo del lavoro molto più alto che diventa un problema serio quando si fa il confronto in termini di produttività».

Inoltre «anche quando era un Paese comunista, la Polonia aveva già una base industriale diffusa e diversificata che con l’ingresso nell’Ue è stata rafforzata grazie all’apporto enorme di investimenti dall’estero, non solo dell’Unione europea, che hanno inciso fino al 10% del Pil e soprattutto hanno portato nuove tecnologie e rinnovato la base industriale esistente».

E fin qui non si può parlare di sorpresa: a differenza della Polonia in molte regioni del Sud non esiste un tessuto industriale diffuso da cui partire per costruire o ricostruire una struttura economica basata sull’industria.

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Il sistema scolastico e il debito pubblico
Non è così scontato, invece, il secondo elemento di divergenza indicato da Lemaitre: «La Polonia ha un sistema educativo di alta qualità, mentre l’Italia ha molte debolezze, come abbiamo scritto nel Country Report pubblicato a fine febbraio» ricorda l’alto funzionario europeo.
«Il sistema di istruzione e formazione – si affermava nel documento - è caratterizzato da ampie differenze regionali in termini di risultati nell’apprendimento e di infrastrutture e attrezzature scolastiche». Perciò «sono altamente prioritari investimenti per migliorare la qualità, l’accessibilità, l’efficacia e la rilevanza per il mercato del lavoro dell’istruzione e della formazione… per contrastare l’abbandono scolastico e migliorare le competenze di base, ampliare l’accesso all’istruzione universitaria». Una bocciatura senza appello.

Il debito pubblico
C’è poi la palla al piede del debito a marcare un’altra profonda differenza tra i due Paesi. «La Polonia – spiega Lemaitre - ha finanze pubbliche sane: debito inferiore al 50% del Pil, deficit intorno all’1% che con quei tassi di crescita è praticamente zero. Questo consente una mole di investimenti pubblici che, aggiunti ai fondi europei, arrivano al 4-5% del Pil ogni anno. E spiega i grandi passi avanti che sta facendo la Polonia». Per l’Italia, invece, il rapporto debito-Pil non solo è sopra il 130%, ma ha ricominciato a crescere spinto dal deficit e dalla mancata crescita. Questo significa che mentre in Polonia i fondi europei sono “addizionali” rispetto agli investimenti nazionali, nel Mezzogiorno d’Italia questa caratteristica - obbligatoria nei regolamenti Ue - si è praticamente persa come hanno dimostrato le inchieste del Sole 24 Ore.

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La pubblica amministrazione
Ma il tasto più dolente è quello della pubblica amministrazione che in Polonia è in grado di far fronte agli alti livelli di investimenti pubblici. «Per capirci – chiarisce Lemaitre - i progetti e gli appalti vanno avanti a passo spedito, al contrario di quanto avviene in Italia e nel Mezzogiorno».

Dunque le risorse europee ci sono, sono abbondanti anche nel Mezzogiorno e l’intensità degli aiuti è paragonabile a quella della Polonia. «Ma si fa molta fatica a spendere i fondi e quando si spendono spesso vengono usati per progetti diversi da quelli per cui erano stati programmati inizialmente. La bassa capacità amministrativa non consente di utilizzare al meglio le risorse disponibili». Senza dimenticare che al Sud gli investimenti nazionali sono praticamente inesistenti.

Gestione centralizzata
A ciò deve aggiungersi il fatto che in Polonia la gestione della politica di coesione regionale e delle relative risorse - in virtù di un’articolazione istituzionale disegnata anche tenendo conto della necessità di rendere più efficaci le ingenti risorse comunitarie - è sostanzialmente centralizzata. Ciò comporta diversi vantaggi: visione unitaria, programmazione coordinata, realizzazione dei programmi sotto controllo, facilità e rapidità di intervento quando necessario. In Italia, invece, il pallino è nelle mani delle regioni e dei ministeri. La frammentazione in 51 programmi regionali e nazionali non aiuta ad articolare in modo coordinato sul territorio gli investimenti, anche se in teoria gli strumenti perché ciò accada ci sarebbero, a cominciare dal Dipartimento per le politiche di Coesione della Presidenza del Consiglio e dall’Agenzia per la Coesione territoriale.

La lista delle differenze dunque è lunga e disarmante: base industriale, competitività del costo del lavoro, scuola, finanze pubbliche e per finire pubblica amministrazione.

L’incapacità di sciogliere questi nodi, anno dopo anno, sta spingendo i Paese sempre più in basso nelle classifiche dell’Unione ed è improbabile che ricette sovraniste possano ridare slancio all’economia. E se a qualcuno venisse in mente di dare la colpa alla zona euro, da cui la Polonia è fuori, la risposta è nei dati di crescita della Spagna, terzo paese beneficiario dei fondi europei: +2,6% nel 2018 e +2,1% quest’anno.

Il caso Emilia Romagna
Questo non significa che in Italia non ci siano realtà in grado di crescere a ritmi superiori alla media europea, nonostante siano state colpite pesantemente dal decennio di crisi.

«È il caso dell’Emilia Romagna» afferma Lemaitre che ha da poco incontrato una delegazione guidata dall’assessore al coordinamento delle politiche europee, Patrizio Bianchi, per discutere di un progetto sui cluster e cita la regione come esempio di successo della strategia di specializzazione intelligente (S3) imposta dalla Commissione nell’attuazione delle politiche di coesione 2014-2020. «Questa regione dimostra che l’approccio strategico all’innovazione funziona, la S3 è diventata una metodologia applicata a tutte le risorse pubbliche disponibili» afferma il funzionario europeo che nel lodare l’Emilia Romagna difende la strategia di Bruxelles: «Abbiamo visto crescere l’Emilia Romagna un anno dopo l’altro, è passata dagli investimenti in infrastrutture di ricerca ai progetti di innovazione. Per 20 anni ha lavorato per mettere in connessione la ricerca, che produce innovazione, con le imprese e i settori produttivi che di quella innovazione hanno bisogno. Oggi ha una S3 ben definita, ha un tessuto produttivo molto dinamico e con forte propensione all’export e una disoccupazione inferiore alla media europea». E prosegue: «La S3 è diventata una mentalità, una metodologia e la stanno usando non solo per le risorse europee ma per spendere tutte le disponibilità che hanno a disposizione. È una vera strategia, degna di questo nome».

A questo punto l’interrogativo è: cosa farebbe l’Emilia Romagna se fosse in un “sistema Paese” diverso, in Germania o in Svezia? Ma a questa domanda nessuno potrà mai rispondere…

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