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Poltrona per l’opposizione o maggioranza pigliatutto, come si scelgono i presidenti delle Camere

di A. Gagliardi e A. Marini


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3' di lettura

L’elezione dei presidenti di Camera e Senato è ancora in alto mare. Manca l’intesa tra le forze politiche, anche se l’ipotesi più accreditata resta quella di una divisione delle presidenze tra i vincitori delle elezioni (Lega e M5s), che in base alla nuova legge elettorale non sono in grado però di assicurare da soli una maggioranza di governo. In passato sono stati utilizzati criteri diversi per la nomina delle due alte cariche. Nella prima Repubblica a spartirsi le poltrone erano la Dc e i suoi alleati. Poi con il compromesso storico è iniziata la prassi di cedere Montecitorio all’opposizione (l’allora Pci). Dal 1994, ossia dall’entrata in vigore di un sistema elettorale maggioritario si è tornato ad assegnare le presidenze delle Camere ai vincitori in grado di esprimere una maggioranza di governo.

Cambio di strategia con il governo di centrosinistra
Negli anni ’50 la Democrazia cristiana si è tenuta sempre Montecitorio, lasciando il Senato agli alleati minori (come i liberali). Con il governo di centrosinistra (nato in maniera organica nel 1963 con l’ingresso nella maggioranza del Psi) lo Scudocrociato ha cambiato strategia. Si è presa la presidenza del Senato, la seconda carica dello Stato (il caso di impedimento del presidente della Repubblica subentra il numero uno di Palazzo Madama, ndr) e ha lasciato quella della Camera agli alleati socialisti: con Sandro Pertini sullo scranno più alto dal 1968 al 1976.

La prassi del presidente di opposizione
A partire dal 1976 (ancora in piena epoca proporzionale) e fino al 1994, si è consolidata invece la convenzione di assegnare la presidenza della Camera al maggior partito di opposizione. La prassi è iniziata all’epoca della cosiddetta “solidarietà nazionale”, che ha visto il principale partito d’opposizione (il Pci) sostenere esternamente i governi cosiddetti della “non sfiducia”, guidati da Giulio Andreotti, ed ottenere in cambio l'elezione di Pietro Ingrao alla Presidenza della Camera (dal 1976 al 1979).

Formula sopravvissuta al compromesso storico
Si è trattato di una formula sopravvissuta anche al compromesso storico, durante gli anni del cosiddetto pentapartito. La terza carica dello Stato è stata affidata infatti ancora ad un’esponente comunista: Nilde Iotti, prima donna a presiedere l’aula di Montecitorio nonché più longeva detentrice della carica (dal 1979 al 1992, per tre legislature consecutive). A lei è subentrato Giorgio Napolitano (anche lui Pds, ex Pci), che ha presieduto la Camera dal 1992 al 1994 dopo essere subentrato a Oscar Luigi Scalfaro (Dc), presidente per un solo mese all'inizio della legislatura, ed eletto poi presidente della Repubblica.

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Dopo il Mattarellum maggioranza pigliatutto
Il nuovo sistema maggioritario della seconda repubblica ha indicato in modo chiaro il vincitore delle elezioni a cui spetta la formazione del governo: a partire dal primo esecutivo Berlusconi nel 1994, quindi, si è tornati alla vecchia prassi di assegnare entrambe le presidenze delle Camera e Senato a esponenti della maggioranza: Irene Pivetti (Lega Nord) e Carlo Scognamiglio (Fi), nel 1994-1996 con il centrodestra; Luciano Violante (Pds-Ds) e Nicola Mancino (Partito popolare) dal 1996 al 2001 con il centrosinistra; Pier Ferdinando Casini (Udc) e Marcello Pera (FI) dal 2001 al 2006 sempre per il centrodestra; Fausto Bertinotti (Rifondazione Comunista) e Franco Marini (Margherita-Pd) dal 2006 al 2008, ancora per il centrosinistra.

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I casi di Fini
Particolare il caso di Gianfranco Fini, eletto allo scranno più alto di Montecitorio nel 2008 come espressione della maggioranza di centrodestra PdL-Lega Nord. Fini è rimasto in carica anche dopo la rottura con Berlusconi e la fondazione del suo movimento Futuro e Libertà. Una legislatura quest’ultima (dal 2008 al 2013) caratterizzata da Renato Schifani (Forza Italia) al vertice del Senato.

La coalizione Pd-Sel con Boldrini e Grasso
La presidente uscente di Montecitorio, Laura Boldrini, è stata invece eletta nel 2013 dalla coalizione di centrosinistra Pd-Sel che aveva la maggioranza alla Camera dei deputati: ma la stessa Boldrini apparteneva ad un partito (Sel, poi confluito in Liberi e Uguali) che ha fatto opposizione ai governi Renzi e Gentiloni. Mentre il presidente del Senato Pietro Grasso è stato eletto come esponente del Pd, ma dopo l’approvazione del Rosatellum ha lasciato i dem ed è passato al gruppo Misto, presentandosi alle elezioni del 4 marzo come leader di Liberi e Uguali.

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