le elezioni di settembre

Pomigliano, è un papirologo il primo candidato sindaco che mette d’accordo Pd e M5S

Mentre interviene persino il premier per tentare di sbloccare l’intesa nelle Marche e in Puglia, è il comune campano del ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, l’unico laboratorio di alleanza dopo il voto su Rousseau

di Manuela Perrone

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Mentre interviene persino il premier per tentare di sbloccare l’intesa nelle Marche e in Puglia, è il comune campano del ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, l’unico laboratorio di alleanza dopo il voto su Rousseau


4' di lettura

Gli entusiasti lo chiamano già «laboratorio Pomigliano», gli altri allargano le braccia: «Se questo è il bottino, allora...». Perché finora la candidatura a sindaco di Gianluca Del Mastro nel comune patria del ministro degli Esteri Luigi Di Maio - quasi 40mila abitanti in provincia di Napoli - è la prima e l’unica decisa da Pd e M5S dopo il via libera della base pentastellata su Rousseau alle alleanze «con i partiti tradizionali», salutato con soddisfazione dal governatore dem Nicola Zingaretti. E pazienza, dicono dai vertici pentastellati, se in Puglia e nelle Marche, dove si tenta una trattativa a oltranza in queste ore, l’intesa non si raggiungerà: lo schema di Pomigliano d’Arco «deve essere il modello per il futuro».

Una coalizione larghissima

Qual è lo schema? La trasversalità, risponderebbe Del Mastro, pomiglianese Doc, 46enne docente di papirologia all’Università della Campania “Luigi Vanvitelli”, sostenuto da una decina di liste di varia estrazione, che contemplano anche qualche esponente di centrodestra deluso dal sindaco uscente Lello Russo (classe 1939, socialista poi migrato in Fi), bassoliniani, mastelliani e liste civetta che fino a poco tempo fa i pentastellati additavano come il peggiore dei mali della vecchia politica. Una svolta in questo senso c’è. La difende Dario De Falco, amico e fedelissimo di Di Maio, che era il primo nome proposto dal M5S come candidato e che rivendica con fierezza il suo «passo indietro», ufficializzato nella notte di lunedì 17 agosto quando si è trovata l’intesa.

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Il ruolo di De Falco, fedelissimo di Di Maio

«È un passo di maturità da parte del M5S», spiega al Sole 24 Ore De Falco, che tanto si è speso sul territorio per tessere la trama dell’alleanza. «Il nostro atteggiamento preclusivo in passato era volto a difenderci, come identità e progetto, da un mondo che non conoscevamo. Adesso che molti di noi si sono fatti le ossa nelle istituzioni e nelle amministrazioni possiamo dire di avere le spalle larghe per sapere che siamo forti abbastanza per non essere diluiti e corrotti da nessuno». A suo avviso, a Pomigliano si è lavorato intorno a una «sensibilità generazionale» che ha portato a «superare gli steccati ideologici e le appartenenze per costruire una squadra di lavoro e progetti condivisi fondati su alcuni valori comuni: la cura dell’ambiente, un welfare rinnovato, lo sviluppo del territorio».

Del Mastro, civico ma vicino al Movimento

Il nome di Del Mastro è stato, per De Falco, quasi la naturale evoluzione: «Qui è conosciuto come un super luminare, ma anche giovane, pragmatico, sorridente. È il punto di riferimento di una generazione. Da qui tutti i passi avanti e tutti i passi indietro, compreso il mio, per il bene della città». Il professore ha accolto l’“incoronazione” con la speranza «di poter assicurare un quinquennio di crescita e un’apertura nazionale e internazionale»: si definisce una «figura civica» rivendicando il suo essere terzo. Ma è certamente vicino ai pentastellati: ai tempi del governo gialloverde l’allora ministro dei Beni culturali Alberto Bonisoli lo volle presidente della Fondazione Ente Ville Vesuviane.

La speranza di strappare la città alla destra

È dunque su questo docente che si concentrano le speranze di strappare l’ex roccaforte del Pci alla destra che l’ha governata nell’ultimo decennio e che nella corsa è rappresentata dalla vicesindaca Elvira Romano, sostenuta da una coalizione civica. Se Del Mastro dovesse farcela, come sperano sia Di Maio sia il segretario locale dei dem, Eduardo Riccio, eletto lo scorso ottobre proprio dopo il passaggio a Iv del suo predecessore, si potrà dire che la sperimentazione ha funzionato.

Gli studi e la ricerca

Dai papiri al municipio, il salto si sentirà. Nato a Ottaviano nel 1973, Del Mastro è infatti laureato con lode in lettere classiche all’Università Federico II di Napoli con una tesi in papirologia ercolanese dal titolo “I segni nei papiri della poetica di Filodemo”, ha un master in multimedialità e beni culturali e un dottorato di ricerca in filologia greca e latina. Fino al 2019, quando è cominciata l’esperienza alle Ville Vesuviane, la sua carriera è maturata esclusivamente tra la ricerca e l’insegnamento (anche di paleografia alla Federico II). E tra i parlamentari già si sprecano le battute: «Mettere d’accordo Pd e M5S è difficile come decifrare i testi filosofici greci sui papiri».

Un modello davvero esportabile?

La difficoltà di riproporre altrove il modello Pomigliano è sotto gli occhi di tutti. Entro il 22 agosto vanno chiuse e depositate le liste. Negli altri comuni campani, da Giugliano a Pompei, si cerca l’accordo in extremis. Ma sono le regioni il problema più grande. Il 19 agosto è dovuto intervenire il premier in persona, con un’intervista al Fatto Quotidiano, per “spingere” le intese tra democratici e pentastellati in Puglia, la regione di cui Giuseppe Conte è originario, e nelle Marche. «Presentarsi divisi espone al rischio di sprecare una grande occasione», ha ammonito il presidente del Consiglio, usando peraltro come argomento di persuasione il fatto che le regioni saranno «coinvolte» nei progetti del Recovery Plan e «diventeranno anche dei centri di spesa». Per ora senza sortire effetti: nessuno dei candidati M5S ha intenzione di ritirarsi. E il capo politico pentastellato Vito Crimi frena: «La costruzione di alleanze basate sui programmi, sugli obiettivi comuni, ancora prima delle persone, è un valore aggiunto, il risultato di un percorso comune. Ma va fatto solo dove ci sono le condizioni».

Lo spettro della disfatta

Dietro l’ultimo pressing c’è la grande paura legata alle regionali: la consegna alla destra anche di Marche e Puglia, che si aggiungerebbero alla vittoria data per scontata di Luca Zaia in Veneto e a quella probabile, stando ai sondaggi, di Giovanni Toti in Liguria (dove lo sfidante, Ferruccio Sansa, è l’altro candidato sostenuto da Pd e M5S). Il Pd confida di mantenere la guida della Campania con Vincenzo De Luca e della Toscana con Eugenio Giani, supportato anche dai renziani. Ma nonostante le dichiarazioni di rito sull’assenza di conseguenze sul governo nazionale, un’Italia che il 22 settembre si ritrovasse con sole quattro regioni amministrate dai partiti della maggioranza - ovvero Lazio, Toscana, Emilia Romagna e Campania - potrebbe far tremare il terreno sotto i piedi della coalizione. E soprattutto del premier.

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