Arte

Pompei si fa presente

di Ada Masoero

La mostra «Pompei@Madre. Materia Archeologica» allestita al Madre, Museo d’arte contemporanea Donnaregina di Napoli

4' di lettura

Portare Pompei al Madre, il Museo d’arte contemporanea Donnaregina di Napoli, è impresa che richiede una buona dose di coraggio. Anche chiedere ad archeologi e a studiosi dell’arte di oggi di lavorare fianco a fianco, accettando di mettere in collisione metodologie e approcci tanto diversi e lontani, è prova non da poco. E lo stesso è il solo pensare di poter aprire un dialogo, non velleitario ma efficace e “parlante”, tra pezzi di scavo che hanno attraversato duemila anni della nostra civiltà e opere che sono espressione del nostro tempo. Da ultimo (ma non ultimo per importanza, specie in Italia) è quantomeno singolare che due istituzioni che fanno capo una allo Stato (il Parco archeologico di Pompei), l’altra alla Regione Campania (il Madre), decidano di lavorare a un progetto comune. E lo portino così felicemente a compimento.

Insomma, di ragioni per vedere la grande, duplice mostra curata da Massimo Osanna, direttore del Parco archeologico di Pompei, e Andrea Viliani, direttore del Madre - con Luigi Gallo per il moderno - aperta nel museo napoletano, ce ne sarebbero parecchie. La più persuasiva, però, è che si tratta di una mostra bellissima: profonda e meditata ma anche spettacolare, e capace al tempo stesso di colpire le emozioni e di sfidare l’intelletto.

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Da Pompei sono giunti al Madre materiali archeologici splendidi ma poco noti, alcuni prelevati dai depositi dov'erano ricoverati, perché bisognosi di restauro. Pezzi che ora, risanati, entrano in risonanza, nell’atrio e al primo piano, con le opere site specific della collezione permanente del Madre, e al terzo piano interagiscono con lavori “mobili” di arte contemporanea e con opere che dal 1748, quando Pompei iniziò a riemergere dal suo sudario di pomici, ceneri e lapilli, testimoniano l’ininterrotta fascinazione esercitata da questo luogo («che è sempre stato contemporaneo», come ripetono Osanna e Viliani) sull’immaginario degli artisti e dei visitatori del mondo intero. Perché, come scrisse Goethe, «mai nessuna catastrofe ha procurato ai posteri tanta gioia come quella che seppellì queste città vesuviane».

Si parte dunque dall’atrio del museo (con la stordente installazione del 2015 di Daniel Buren), ora trasformato idealmente nell’atrio di una domus pompeiana, e si continua lungo la scala, dove epigrafi antiche si confrontano con l’epigrafe (2005) di Domenico Bianchi, mentre al piano nobile si attraversano il tablinum e il triclinium (soggiorno e sala da pranzo), la culina (cucina), un cubiculum (stanza da letto) e molto altro, di questa sorta di “domus contemporanea”.

Nell’atrio, insieme al calco di una porta con un massiccio chiavistello, alla cista di piombo per la raccolta dell’acqua e al basamento di un opulento tavolo di marmo, ecco una grande cassaforte di superba bellezza rinvenuta a Oplontis, sul cui coperchio le piccole e perfette sculture di due molossi, accucciati ma vigili, sembrano ringhiare a ogni malintenzionato.

Sarà perché gli artisti chiamati nel 2005, per l’inaugurazione del museo, a creare un lavoro site specifc in ogni stanza del piano nobile, lavorano tutti su temi archetipici, o semplicemente perché tutti sono grandi artisti, capaci dunque di toccare le corde più profonde dell’animo umano, ma il dialogo tra i loro lavori e le opere e i manufatti pompeiani s’intreccia qui con incredibile naturalezza. Così, nel salone interamente affrescato da Francesco Clemente, raffinati arredi da tablinum e da triclinium colloquiano con lo spazio dipinto che li accoglie, proprio come accadeva allora, mentre la terra dei lavori murali di Richard Long fa eco alle stoviglie della cucina, e la figura archetipa di Mimmo Paladino si rispecchia nel calco angoscioso di un padre che tenta di salvare il figlio, sollevandolo inutilmente verso l’alto. Magnifico il confronto tra il lavoro di Kounellis, metafora del Mediterraneo, e il mosaico pavimentale, appena restaurato, con un’ancora, delfini e nuotatori, non meno di quello tra i teschi di Spirits di Rebecca Horn, e le stele funerarie di Pompei, o tra il minuscolo frammento di decorazione architettonica pompeiana e l’installazione di Giulio Paolini. Lo stesso accade con il grande lacerto di mosaico pavimentale con motivo «a canestro» e i due wall drawing di Sol LeWitt, con le loro 10.000 Lines in apparenza dettate dal caso, in realtà assoggettate (proprio come le tessere del mosaico pompeiano) a ferree regole compositive, e così è anche con il lavoro di Anish Kapoor, che sprofonda negli «infera» ma guarda anche alle stelle, qui accostato a statuette di divinità ctonie e celesti, e con le opere di Luciano Fabro, Richard Serra, Jeff Koons e i reperti appaiati.

Il registro cambia al terzo piano, dove va in scena una sorta di - volutamente ondivaga - macchina del tempo, attivata dal confronto tra materiali archeologici, aulici e feriali, e documenti di scavo, e le opere di artisti che dal XVIII secolo fino a oggi ne hanno subito il fascino: dall’Eruzione del Vesuvio, 1782, di Pierre-Jacques Volaire e le Vues pittoresques de Pompéi, 1818-19, di Jakob W. Huber, a Vesuvius di Warhol, al recentissimo Vesuvius Peep Show di Mark Dion, al grande dittico del 2017 di Wade Guyton; dai disegni (quasi rilievi) di case pompeiane di Le Corbusier al Pompei Glut, di Robert Rauschenberg, alle terrecotte di Betty Woodman, alle immagini di Mimmo Jodice, Nan Goldin, Victor Burgin, fino all’arazzo del 2015 di Laure Prouvost (ma c’è molto e molto altro), ogni opera contemporanea riallaccia i fili mai spezzati con i grandi e piccoli tesori di Pompei, mentre due vasche di frammenti lapidei e ceramici, distrutti non dai millenni ma dalla bombe del 1943, sono a disposizione dei molti artisti internazionali chiamati, dall'estate prossima, dal Madre a creare opere con la «materia» archeologica giunta da Pompei.

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