ponte morandi

Ponte Genova, senza una nuova viabilità la città rischia di perdere il 15% del Pil

dal nostro inviato Alberto Magnani


Ponte di Genova, la città a un mese dal crollo del Morandi

4' di lettura

«Se la situazione è cambiata? Giudichi lei, non si riesce a camminare». Un residente di Sampierdarena, il quartiere di Genova della Lanterna, indica la strada di fronte a sé. Sono le 19 e la via che conduce al ponte di Cornigliano, collegamento con il quartiere omonimo, è intasata di auto, scooter e qualche ciclista che si divincola nel traffico.

Il vecchio ponte è noto da sempre per essere crocevia di un «traffico eterno», assicurano gli habituè, ma da un quasi un mese la ressa si è fatta insostenibile. Anzi, da un mese esatto: il 14 agosto 2018, quando il ponte Morandi è crollato trascinando con sé 43 vittime, oltre a privare il capoluogo ligure di uno snodo fondamentale per una città che vive soprattutto di logistica e turismo.

GUARDA IL VIDEO: Dal crollo al decreto Genova, la vicenda giorno per giorno

Il viadotto sull’A10 era indispensabile per la mobilità da e verso Genova in tutte le sue direzioni, nel vero senso del termine: per saldare Levante e Ponente della città, arrivare e partire dal porto, collegare fra di loro i vari terminali, far fluire i turisti dal centro all’aeroporto e fra le due riviere. In sua assenza, Genova si è risvegliata in uno stato di paralisi, con incolonnamenti sistematici sulle due arterie che smistano il traffico cittadino. Prima di tutto la strada al mare Guido Rossa, inaugurata nel 2015 per «sbloccare la viabilità» e oggi assediata dal trasporto pesante diretto al porto. E nel suo piccolo lo stesso ponte di Cornigliano, vecchio di oltre un secolo e con una visuale perfetta su quello che resta del Morandi.

L’allarme: «Così il modello Genova non regge»
Nel centro città, nella zona della stazione marittima, il traffico non sembra neppure così impenetrabile. Ma chi lavora assicura che dal 14 agosto «è cambiato tutto», con disagi invisibili all’occhio di un visitatore occasionale. Neppure sempre, visto che basta arrivare negli orari di punta per imbattersi in imbottigliamenti chilometrici e toccare con mano il «rischio paralisi» di una città divisa in due (qui tutte le notizie, dalla tragedia a settembre). Giorgia Notari lavora nell’amministrazione di EcoBike Courier, un’azienda che si occupa di consegne «ecosostenibili» in sella a bici o su pulmino elettrico. Dal 14 agosto «è cambiato tutto, a partire dai nostri turni» spiega dall’ufficio nel quartiere Foce, affacciato sul mare di Levante. L’impresa ha dovuto spostare tutte le consegne a Ponente in fascia notturna, alzando i costi e comprimendo le agende dei corrieri spediti in giro per la città.

GUARDA IL VIDEO: Genova un mese dopo, cosa è cambiato per la città

«Nella tragedia - aggiunge - speriamo che ci sia un ripensamento della viabilità. Così siamo davvero alla paralisi». A pochi minuti dalla sede c’è il porto, altra vittima economica del crollo del ponte Morandi. Lo scalo ha movimentato nel 2017 oltre 55 milioni di tonnellate di merce (più di 60 se si include anche quello di Savona) e ha fatto transitare oltre tre milioni di turisti. Le sue attività creano un indotto fra i 50mila e i 60mila addetti. Uno tra di loro è Matteo Malassà, impiegato alla ditta di spedizione Saimare. È uno dei pochi a fermarsi e accettare di parlare, nel viavai continuo di tir e conducenti che dicono di «aver fretta» in diverse lingue europee. Segno che il lavoro va avanti, per ora. «Fin qui non ci siamo accorti ancora troppo del problema, gli autisti sanno come muoversi - spiega - Il disagio è per noi dipendenti. Poi voglio capire cosa succederà col tempo». Una domanda che si pongono in molti, visto che il crollo del viadotto potrebbe nuocere soprattutto sul lungo periodo.

L’esperto: perdita del 10-15% di Pil l’anno
La scomparsa del Ponte Morandi, e l’assenza di un sostituto, stanno creando un danno che aumenta di pari passo con i tempi di ricostruzione. Enrico Musso, ordinario di Economia applicata all’Università di Genova, spiega che le conseguenze si faranno sentire sul breve periodo con una riduzione di traffico portuale e presenza turistica. «Se i tempi della ricostruzione saranno nell’ordine di un anno, si può pensare comunque a un danno nell’ordine del 10-15% del Pil locale - dice - per una durata un po’ superiore al tempo della ricostruzione». Una paralisi temporanea, comunque, non basterebbe a far scappare operatori logistici e crocieristici da uno snodo che resta fondamentale. I dolori veri si percepirebbero con uno stallo prolungato oltre ai tempi di ricostruzione lampo annunciati, più che progettati, fino a oggi. In quel caso, dice Musso, lo scenario potrebbe declinare fino a rendere il congestionamento un problema quasi secondario rispetto a una crisi a tutti gli effetti: allontanamento di turisti, trasferimento di sedi operative e di programmi di investimento, ulteriore calo dei residenti. Genova, al 31 dicembre 2017, aveva una popolazione residente di circa 580mila cittadini. Nei primi anni Settanta si superavano gli 800mila. «Un record da brivido», dice Musso.

Il timore di restare isolati
La diagnosi diffusa è, anche, quella più semplice. Genova rischia un isolamento che comporterebbe un declino produttivo e sociale, complicando anche la sola ipotesi di un rilancio. Basti pensare all’incognita abituale che accompagna un cittadino interessato a raggiungere un altro scalo, quello dell’aeroporto di Genova-Sestri. Una delle (due) vie per raggiungerlo è proprio il ponte di Cornigliano, la nostra base di partenza. Nelle ore del giorno è abbastanza agibile, ma verso le 18 si trasforma in una fiumana di vetture che scorre a passo d’uomo. Succedeva anche prima? «Sì, ma non così» assicurano quando ci si prova a sporgere fuori dal finestrino. I vigili urbani cercano di smistare il traffico, evitando che il più piccolo degli inconvenienti si trasformi in un ulteriore muro sulla viabilità. Siamo a metà settembre ma i residenti tremano all’idea di lunedì 17, quando riapriranno le scuole e le «due Genova», l’est e l’ovest, torneranno a unirsi con flussi anche più massicci di quelli attuali. Sul ponte Morandi transitavano oltre 25 milioni di veicoli l’anno, un carico da deviare su arterie alternative, prima che si dirigano altrove. I resti del viadotto Morandi si vedono alla perfezione da Cornigliano, con la strada spezzata ancora in piedi sopra al torrente Polcevera. Oltre, per ora, c’è solo il vuoto.

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