le indagini

Ponte Morandi, i cda di Atlantia e Aspi sapevano del rischio crollo

Forse le società erano consapevoli che i report sullo stato di salute del viadotto venivano “imbellettati” per rinviare gli interventi strutturali necessari. Ma questi sospetti, rischiano di appesantire anche la posizione del ministero delle Infrastrutture. Aspi replica: «Il cda non ha mai accettato rischi».

di Maurizio Caprino


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3' di lettura

Anche i vertici di Autostrade per l’Italia (Aspi) e della capogruppo Atlantia sapevano che il Ponte Morandi era a rischio crollo. E forse anche loro erano consapevoli che i report sullo stato di salute del viadotto venivano “imbellettati” per rinviare gli interventi strutturali necessari. Ma questi sospetti, che emergono dalla miriade di documenti al vaglio degli inquirenti, rischiano di appesantire anche la posizione del ministero delle Infrastrutture.

Le indiscrezioni
Secondo quanto riportato dal quotidiano La Repubblica - tra i documenti sequestrati lo scorso marzo dalla Guardia di finanza nelle sedi romane di Aspi e della holding dei Benetton su ordine della Procura di Genova - ci sarebbero documenti di programmazione del rischio che dal 2014 al 2016 davano il Morandi «a rischio di crollo».

Dal 2017, invece, la classificazione sarebbe diventata «perdita di stabilità». Cioè meno grave, tanto da non comportare più la necessità di interventi immediati.

L’importanza
Parrebbe la stessa situazione emersa sin da gennaio con i report edulcorati sullo stato di salute dei viadotti, che poi a settembre ha portato ai primi arresti e interdizioni. Ma stavolta c’è di più.

AFP PHOTO / FILIPPO MONTEFORTE

I report venivano visti solo da dirigenti tecnici, mentre le valutazioni sui rischi finivano sui tavoli dei consigli di amministrazione. Dopo essere passati per un comitato tecnico sul cui ruolo aveva già cercato invano di far luce subito dopo il crollo di Genova la commissione ispettiva ministeriale incaricata dall’allora ministro Danilo Toninelli dell’inchiesta amministrativa sulla tragedia.

All’epoca i dirigenti Aspi si trincerarono dietro varie argomentazioni per non consentire di risalire a responsabilità superiori. Lo stesso è accaduto in sede penale, negli interrogatori davanti agli inquirenti.

Si puntava evidentemente a replicare il “modello Avellino”, dove per la strage del bus precipitato dal viadotto Acqualonga dell’A16 il 28 luglio 2013 (40 morti) in primo grado il 10 gennaio scorso sono stati condannati solo i responsabili locali di Aspi (la Procura di Avellino ha presentato appello).

CDA ATLANTIA SEDE AUTOSTRADE ATLANTIA PER L'ITALIA

Ma ora i documenti sembrano offrire una lettura diversa dei fatti. Che può diventare sfavorevole allo stesso ministero.

Il ruolo del ministero
Va ricordato che alle sedute del consiglio di amministrazione di Aspi partecipa normalmente - in qualità di sindaco - un rappresentante del ministero delle Infrastrutture. Che poi dovrebbe riferire al dicastero stesso.

Finora le indagini hanno puntato a fissare soprattutto le responsabilità di Aspi e della sua capogruppo. Ma non va dimenticato che esiste anche un fronte ministeriale: tra i 73 indagati ci sono anche dipendenti del Mit.

Gli indagati di parte ministeriale hanno avuto a che fare con il progetto di rinforzo degli stralli del Morandi solo nell’ultima fase, quella per la quale si ipotizzano ritardi nell’approvazione del progetto da parte del Comitato tecnico amministrativo del Mit (organo locale) e della direzione generale di vigilanza sulle concessioni sutostradali (Dgvca).

Ma l’esame delle carte del cda potrebbe coinvolgere altre stanze del ministero.

La replica di Aspi
Dopo alcune ore dalla pubblicazione delle indiscrezioni sulle indagini, Aspi ha replicato «al fine di evitare errori di interpretazione sui contenuti e sulle finalità del sistema di risk management di gruppo». La precisazione anticipa probabilmente la linea difensiva.

Aspi «precisa che come ogni altra grande società dispone di una procedura strutturata di gestione preventiva del rischio, nella quale vengono individuati e valutati i potenziali rischi a cui è soggetta la società». Dunque, il cda definisce all’inizio di ciascun anno «la propensione al rischio tollerabile per ogni area aziendale e a fine anno recepisce dal risk officer l'avvenuto rispetto da parte dei dirigenti responsabili - che devono mettere in atto ogni azione preventiva per la gestione di ogni specifico rischio - delle linee guida individuate».

Tradotto nel caso del Ponte Morandi, esisteva una scheda di rischio, che rientrava nell’area dei rischi operativi, per la quale il cda «ha sempre espresso l’indirizzo di mantenere la propensione di rischio al livello più basso possibile», perché la società non è...in alcun modo disponibile ad accettare rischi operativi sulle infrastrutture» e «l’indirizzo del Consiglio di amministrazione alle strutture operative è di presidiare e gestire sempre tale tipologia di rischio con il massimo rigore, adottando ogni opportuna cautela preventiva».

Su come è stato espresso questo indirizzo, su come il risk officer abbia dato conto al cda della sua attuazione alla fine di ogni anno e su come eventualmente questi risultati abbiano dato spunti per gli indirizzi dell’anno successivo si concentreranno ora indagini e difesa.

Per approfondire:

Viadotti a rischio, le intercettazioni che imbarazzano Autostrade

Da Ferentino a Ponte Morandi, i lavori sospetti affidati da Autostrade

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