paragoni difficili

Ponti romani meglio dei nostri? Più che la tecnica poté la manutenzione

di Vittorio Nuti


Dopo Genova, tutti i ponti sotto osservazione

3' di lettura

Dopo i tragici fatti di Genova, è venuto in mente un po' a tutti. Magari, in vacanza nel sud della Francia, ammirando il magnifico acquedotto a doppio ordine del pont du Gard, in Provenza. O, a Roma, passando davanti al ponte Milvio. Il pensiero è questo: se questi ponti, costruiti dagli antichi romani, sono ancora in piedi, vuol dire che erano grandi ingegneri. E che forse abbiamo dimenticato come si fa. Ma è davvero così? O si tratta di un luogo comune - uno dei tanti - alimentato dai social? Alessandro Pintucci, presidente della Confederazione italiana archeologi (Cia), non ha dubbi: «Fare paragoni tra le tecniche costruttive dei romani e quelle successive è stupido. Basta pensare la fatto che mai nessun tir pesante è mai passato su un ponte romano, e a fare la differenza è il peso e il numero dei Tir in transito». E da quello che sappiamo «il ponte di Genova non sembrava adeguato nemmeno per il traffico per il quale era stato progettato: la differenza sta lì».

I segreti della tecnica romana
Detto questo, di fronte ai ponti romani che sfidano il tempo e a viadotti tirati su negli anni 60 che crollano all'improvviso, è inevitabile pensare ai segreti di costruzione dei nostri antenati. Che erano tanti, spiega Pintucci, «anche perché la loro tecnica costruttiva non era statica, ma frutto di una evoluzione durata centinaia di anni». Il primo segreto «è il ricorso all'arco portante, che scarica la forza e il peso non in verticale ma sui lati». Un grande passo avanti rispetto ai Greci «che lo conoscevano ma non lo utilizzavano in maniera diffusa». Ma fino al II secolo avanti Cristo l'architettura romana è tutta di pietre squadrate incastonate a secco. La svolta arriva con il calcestruzzo, malta mischiata con altro materiale come la pozzolana, spezzami di tufo o cocci triturati. Una tecnica che «consente risparmio di soldi e rapidità di esecuzione», ma anche «maggiore impermeabilità al muro e alla malta stessa: ci sono malte che riescono addirittura a “tirare” in acqua, permettendo la costruzione di porti», chiarisce il presidente Cia.

La «favoletta» del calcestruzzo migliore del cemento
Calcestruzzo meglio del cemento armato, dunque? Non proprio. «Dipende dalle condizioni - sottolinea Pintucci - «ma che poi il calcestruzzo romano sia più resistente del cemento armato è un po' una favoletta….traffico continuo e peso sono fattori da tenere presente, e poi sono cambiate le condizioni meteo, e la Liguria è stata al centro dell'attenzione proprio per questo». In fondo, riflette, «dei romani quello che ci è arrivata è l'architettura che si è conservata ma naturalmente ne abbiamo persa altrettanta. Erano degli ottimi ingegneri ma operavano in condizioni differenti».

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Il vanto di manutere le opere pubbliche
Paragoni realistici non sono possibili, insiste Pintucci. Chi lo fa, dimentica i continui restauri che nei secoli hanno permesso il miracolo della conservazione dei manufatti romani. L'archeologo cita le mura aureliane di Roma, «su cui hanno messo le mani decine di imperatori medievali, perché intervenire sulle mura significava in qualche modo essere l'erede, il discendente degli imperatori. Quando abbiamo smesso di metterci mano, le povere mura aureliane sono crollate. Non a caso». Al di là della tecnica, del calcestruzzo, e degli archi, l'architettura romana ha resistito fino a quando «lo Stato romano è stato fortemente accentrato e burocratico, con un sistema gerarchico estremamente efficiente». Oggi ci lamentiamo del Tevere che tende ad esondare, ma ai tempi dei romani c'era il Curator alvei Tiberis che si occupava esclusivamente dell'alveo del Tevere, il che significa dragarlo, pulirlo, evitare che si insabbi. Ce n'è uno oggi? Non credo….».

I controlli e la mission del Pontefice massimo
A fare la differenza, allora come oggi, è dunque la manutenzione, tema su cui Pintucci ritorna. Il potere centrale di Roma «aveva l'interesse a manutenere continuamente. Non a caso, il grosso delle iscrizioni che troviamo non sono di chi quei ponti, quelle strade li ha costruiti, ma di chi li ha restaurati: restaurare le opere era motivo di vanto». Ed è questo che bisognerebbe imitare, non il ricorso al calcestruzzo, perché «se la tenuta del cemento è garantita per un certo periodo di anni, alla scadenza a quel cemento bisogna mettere mano». Non ultimo, il tema dei controlli, tornato centrale dopo i fatti del viadotto Morandi. Al tempo dei romani «c'era il curatore delle strade e il curatore dei ponti. Una delle cariche più importanti dell'imperatore era quella di Pontefice massimo che si occupava anche di manutenzione dei ponti dal punto di vista del rapporto con gli dei. Questo significa che il tema dell'infrastruttura del ponte del restauro era importantissimo». Oggi, non tanto, come ci insegna la tragedia del 14 agosto.

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