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Pop. Bari perde 372 milioni. Ora studia la doppia Spa

di Luca Davi


(IMAGOECONOMICA)

3' di lettura

Chiude il 2018 con una pesante perdita (372 milioni) per fare pulizia in bilancio e prepararsi alla Spa. Promette battaglia contro Bruxelles, a cui chiede i danni per la vicenda Tercas. E mette in cantiere una serie di misure straordinarie con cui riportare i ratio patrimoniali, oggi sotto i minimi regolamentari, in equilibrio.

Il cda dell’istituto pugliese ieri ha approvato rettifiche nette di valore su attività finanziarie per 202,5 milioni e ha svalutato integralmente gli avviamenti residui (105,9 milioni). Due misure, queste, che oltre a comportare una perdita, hanno inciso sui fondi propri della banca. Gli effetti si vedono sugli indici di capitale, che finiscono in territorio critico: il Cet 1 ratio a fine 2018 è al 7,86% contro una richiesta minima ( Overall Capital Requirement) pari all’8,828%. Serve insomma nuovo capitale, che la banca punta a recuperare da più fronti. Alcune misure sono già in pista. La prima è la sottoscrizione di un accordo con Glennmont Partners per la cessione di un portafoglio di finanziamenti al settore “energia”; la seconda, realizzata con il fondo Crc, consiste in un’operazione di capital relief che prevede il trasferimento del rischio di credito su un portafoglio di mutui residenziali e alle Pmi. Insieme, le due mosse varrebbero insieme 140-150 punti base circa di Cet 1. Ma in pista si starebbe ragionando anche su altre operazioni straordinarie, tra cui, a quanto risulta al Sole 24Ore da fonti interne alla banca, la possibile cessione di CrOrvieto. Ci sarebbero già alcuni potenziali interessati, anche perchè l’obiettivo è fare presto, forse già chiudere nelle prossime settimane.

Si vedranno gli sviluppi e se i progetti andranno davvero in porto. Da un punto di vista dell’assetto societario, la banca punta a realizzare un piano di scissione della banca in due realtà per superare il problema della liquidabilità del titolo: da una parte si manterrebbe la banca popolare, che avrebbe il ruolo di banca di prossimità; dall’altra parte, verrebbe creata una Spa, in cui verrebbero conferite una serie di attività della banca odierna. Il piano, secondo il management, servirebbe a ottimizzare la gestione del capitale e l’assorbimento degli attivi. Inoltre, la Spa, più leggera e con una forte spinta verso la digitalizzazione, nell’idea dei vertici sarebbe più appetibile agli occhi degli investitori anche in un’ottica di quotazione e potrebbe attirare i capitali che oggi si tengono lontani. Nel contempo, con questa mossa si favorirebbero i soci che oggi faticano a vendere i titoli della popolare, che si ritroverebbero così azionisti anche della nuova, più appetibile, banca Spa.

Il progetto non è di facile realizzazione, ma la popolare presieduta da Marco Jacobini e guidata da Vincenzo De Bustis punta a metterlo in cantiere quanto prima, forse già nel secondo semestre, se tutto filerà liscio. Peraltro, il piano Spa - a cui stanno lavorando gli advisor (Rothschild, Gualtieri & Associati, e lo studio notarile Marchetti) - potrebbe prevedere anche il coinvolgimento di altre popolari del Sud: nei progetti di massima, graditi a Bankitalia, le banche si aggregherebbero tra loro pur mantenendo un’autonomia territoriale. Un piano questo, che potrebbe trovare una possibile spinta qualora il Governo trasformasse in legge il progetto, circolato nelle scorse settimane, di convertire i crediti d’imposta in patrimonio in caso di fusione tra banche.

Infine, tra le misure prese ieri dal Consiglio di Amministrazione, all’unanimità, c’è quella di avanzare richiesta di risarcimento dei «rilevanti danni patiti dopo che il Tribunale dell’Unione Europea ha annullato la decisione della Commissione Europea sulla vicenda Tercas-aiuti di Stato». L’istituto ha così dato mandato a consulenti esterni per supportare la banca anche nella loro adeguata quantificazione, che a quanto risulta al Sole 24Ore potrebbe ammontare a diverse centinaia di milioni di euro, qualcuno ipotizza anche un miliardo.

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