Scandalo banche venete

Pop. Vicenza, ecco l’atto di accusa e i danni miliardari che la banca chiede a Zonin & C.

di Fabio Pavesi


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Foto Reuters

3' di lettura

Un ponderoso cahier de doléances, 340 pagine, depositate ieri al Tribunale di Venezia dai legali della Popolare di Vicenza. È l’atto di citazione, che Il Sole24Ore ha consultato, dell’azione di responsabilità promossa dai nuovi vertici e che chiama in causa a vario titolo tutta la vecchia gestione della banca. A partire dal presidentissimo Gianni Zonin, all’ex Cda, ai sindaci, e all’intera direzione generale da Samuele Sorato, a Giustini, da Piazzetta a Marin.

Trentadue esponenti aziendali chiamati a rispondere per danni sia economici che reputazionali, per un valore stimato che supera il miliardo, accusati di malagestio nel dissesto della banca vicentina che ha cumulato perdite per 4 miliardi negli ultimi 3 anni e ora necessita del salvataggio pubblico. È una ricostruzione puntuale supportata dai verbali di Consob, Bankitalia e Bce che svela quell’horror story evocata da Alessandro Penati che ha portato nel baratro l’istituto. Quattro i filoni sotto la lente.

Il buco dei fondi esteri
La prima dissipazione di valore è in quell’opaco e dissennato investimento per 350 milioni in tre fondi lussemburghesi (Athena e Optimum) che apparentemente servivano a creare rendimento per la banca e che hanno finito per investire in titoli illiquidi e ad alto rischio, spesso bond emessi da clienti già pesantemente esposti con la banca e a basso merito creditizio come i gruppi di Alfio Marchini, la famiglia Fusillo e la famiglia Degennaro. I fondi sono stati progressivamente svalutati con una perdita per la Vicenza di 199 milioni sui 350 milioni e un lucro cessante per 34 milioni.

Il capitale finanziato
La pratica di finanziare con i soldi della Vicenza i clienti perché comprassero azioni della banca è l’altro filone di malagestio. Pratica avviata già dal 2009, intensificata nel 2013 e che permesso di coprire parte degli aumenti di capitale del 2013-2014. Eclatanti le dimensioni del fenomeno, tanto che non poteva sfuggire a chi governava la banca. Sono di fatto stati finanziati 1.277 soci per un valore di 1,08 miliardi. Spesso erano grandi clienti già in difficoltà di rientro con la banca. Solo su 17 posizioni le più rilevanti, tra soci fisici e persone giuridiche, la banca ha fornito prestiti per 434 milioni. Ben 313 milioni di questa erogazione non hanno finanziato attività ma sono stati usati per comprare titoli Bpvi. Era di fatto un piccolo plotone a supporto della banca. Si veniva inondati di credito, anche se non c’erano le condizioni in molti casi di solvibilità, per puntellare il capitale. Nell’atto compaiono nomi e situazioni paradossali. Ai fratelli Ravazzolo (primi azionisti della Vicenza) furono concessi 100 milioni di euro di fidi per comprare azioni Vicenza per ben 80 milioni euro. L’imprenditore Luigi Morato ottiene 34 milioni e compra titoli per 26 milioni. Giuseppe Dalla Rovere compra azioni per 11,6 milioni con un fido per 13 milioni. Luca Parnasi, il costruttore romano, ha fidi per 15 milioni in cambio di azioni per 6,5 milioni. Il caso Elan (famiglia Cattelan) è eloquente: la società inattiva ottiene 38 milioni, tutti investiti in titoli Bpvi.

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Il titolo e le compravendite
Clienti azionisti fatti rientrare nei profili Mifid con artifici di vario genere; soci che volevano vendere scavalcati dai soliti noti, 630 Vip che riuscirono a vendere a prezzo pieno a 62,5 euro. E quel prezzo dell’azione palesemente fittizio. Il capitolo sulle azioni è ricco di riscontri di palesi violazioni. Solo nel fondo rischi per reclami e contenzioni la banca ha appostato 230 milioni. Senza contare che per sminare la mole delle cause Vicenza ha dovuto ricorrere all’offerta di transazione per centinaia di milioni.

Il credito allegro
Ma il capitolo che la dice lunga sul dissesto da malagestione è quello della politica del credito facile. Soldi dati senza garanzie effettive, o dati a clienti in condizioni di bassa o nulla solvibilità. Un fenomeno esasperato che vedeva la banca aumentare a dismisura il credito quando le altre banche lo limitavano. Come si è visto quei crediti servivano, grazie ai prestiti baciati, a capitalizzare virtualmente la banca. Poco importava quindi la solvibilità ai vertici di Vicenza. La ricognizione sulle prime 50 posizioni di crediti deteriorati vede un’esposizione per ben 1,28 miliardi che hanno prodotto perdite per le svalutazioni per 686 milioni. Spesso i soggetti erano gli stessi del capitale finanziato. Da Silvano Ravazzolo (oggi in giudizio con la banca per la perdita sulle azioni) che non ha rimborsato i finanziamenti ricevuti ed è un incaglio per la banca per 41 milioni. A Luigi Morato (incaglio per 29 milioni) ad Alfio Marchini: (con la sua Lujan oggi Nsfi) ha ottenuto credito in complesso per 80 milioni, svalutati oggi per 60. È una delle grandi sofferenze. Ma in questa pratica scellerata del prestito baciato anche Marchini ha perso. Quei 30 milioni di azioni della Vicenza ora valgono zero nel suo portafoglio.

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