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Pop.Bari e Mps, sulle crisi bancarie Italia sempre in emergenza

Il 2019 delle crisi bancarie italiane si chiude con la certificazione che il sistema-Paese non è in grado di gestire per tempo le situazioni di crisi

di Alessandro Graziani

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(Marka)

Il 2019 delle crisi bancarie italiane si chiude con la certificazione che il sistema-Paese non è in grado di gestire per tempo le situazioni di crisi


2' di lettura

Il piano di salvataggio di Popolare Bari arriva all’ultimo giorno utile dell’anno, mentre il piano di uscita del Tesoro di Mps va ai supplementari con il rinvio a gennaio (forse) della notifica all’Unione europea.

Anche il 2019 delle crisi bancarie italiane si chiude con la certificazione che il sistema-Paese non è in grado di gestire per tempo le situazioni di crisi ed è capace di muoversi - con risultati discutibili - solo in condizioni di emergenza.

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La tradizione purtroppo va avanti dal novembre 2015 quando, dopo l’imminente arrivo delle nuove regole europee sui salvataggi bancari - Governo, Bankitalia e sistema bancario furono costretti a intervenire d’urgenza per salvare il salvabile di Banca Etruria, Banca Marche, CariChieti e Cassa Ferrara. A dicembre 2016 fu la volta di Mps a essere ricapitalizzato d’urgenza dallo Stato italiano, dopo il flop dell’aumento di capitale privato guidato da JP Morgan.

Nel 2017 e nel 2018, l’ultima a carico del Fondo interbancario di tutela dei depositi, le ricapitalizzazioni d’emergenza toccarono in entrambi i casi a Banca Carige che sfiorò in extremis la “resolution”. Tutti i piani di salvataggio sono sempre stati soggetti a lunghe diatribe con la commissione Ue che spesso, come nel caso di Popolare Bari in questi ultimi giorni del 2019, si esprimerà solo dopo che l’intervento di emergenza sarà stato attuato. Con tutti i rischi che ne conseguono.

Le nuove regole Ue sui salvataggi bancari sono in vigore da ormai quattro anni. All’inizio la Commissione Ue è stata criticata - come in più occasioni ha fatto anche il Sole24Ore - per un’applicazione indiscriminata della normativa, impedendo per esempio l’intervento del Fitd che poi - almeno in primo grado - il Tribunale europeo ha riconosciuto invece come legittimo.

Il tempo è passato e non si può continuare a intervenire in emergenza, come se le nuove regole fossero appena emanate. Occorre in primo luogo un ripensamento europeo della normativa sul bail in che prenda atto della realtà: da quando è entrata in vigore la regola che dovrebbe far pagare i salvataggi anche ai depositanti, nessun Paese l’ha mai applicata facendo ricorso a deroghe varie che consentono l’intervento dello Stato, dei Lander regionali tedeschi, del Fondo Salva Stati o dei Fondi interbancari.

La seconda considerazione riguarda l’Italia e le emergenze di fine d’anno per risolvere situazioni di crisi note da anni (in estate Governo e Parlamento dichiaravano che Popolare Bari era salva grazie alla normativa sulle Dta). Chi pensa che la (temporanea?) legittimazione Ue del Fitd a intervenire per salvare le banche in crisi possa rappresentare una soluzione eterna alle crisi ignora forse la crescente riluttanza delle singole banche ad avallare questa tipologia di salvataggi che vengono fatti pagare agli azionisti e ai clienti (talvolta tramite aumenti delle commissioni sul conto corrente) delle banche “sane”.

Nè si può più dire, passati gli anni dal debutto delle nuove regole, che a pagare il conto delle crisi siano risparmiatori sempre ignari. L’era dei salvataggi all’italiana ai tempi supplementari ha fatto il suo tempo. È l’ora di voltare pagina.

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