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Popolare di Bari, 1,5 miliardi di risparmi in fumo: i motivi del crack

I depositi dei clienti sono al sicuro, come sottolineato da Bankitalia, ma le incertezze riguardano gli investimenti in azioni dei piccoli soci e i detentori del bond subordinato da 213 milioni

di Luca Davi

Popolare di Bari: un piano da 900 milioni per il salvataggio

I depositi dei clienti sono al sicuro, come sottolineato da Bankitalia, ma le incertezze riguardano gli investimenti in azioni dei piccoli soci e i detentori del bond subordinato da 213 milioni


4' di lettura

Correntisti (un po’ più) tranquilli, azionisti e obbligazionisti col fiato sospeso. Il commissariamento di Banca popolare di Bari deciso venerdì sera da Banca d’Italia rassicura la clientela, garantendo la regolare operatività perchè nulla, rispetto al passato, cambia. Ma di certo l’intervento di Via Nazionale non può risolvere un problema ben più profondo, come quello delle perdite in capo ai 70mila soci della popolare pugliese: un esercito di piccoli azionisti che col tempo ha visto progressivamente ridursi il valore delle proprie azioni.

Si capirà se e come il governo vorrà intervenire su questo aspetto. Ufficialmente nel testo del decreto mancano riferimenti e possibili rimborsi ad azionisti e detentori di bond subordinati. «Tuteleremo i risparmiatori e non concederemo nulla ai responsabili», ha detto il premier Giuseppe Conte. Certo è che il falò di Popolare Bari è costato fino ad oggi circa 1,5 miliardi di valore andato in fumo dai massimi del 2016, visto il sostanziale azzeramento delle azioni. Un calcolo, appunto, che non tiene conto di eventuali futuri indennizzi.

Perché Banca Popolare di Bari è stata commissariata?
Per capire perché siamo arrivati fino a questo punto serve fare un passo indietro. La Banca Popolare di Bari è da tempo sotto osservazione per i suoi bilanci “malati”. L’onda lunga della crisi economica, unita all’acquisto di un boccone indigesto come Tercas e a una gestione finita nel mirino della procura, Consob e Bankitalia, fanno accumulare perdite anno dopo anno. Tanto che nel giro di quattro anni, il rosso totale è superiore al miliardo.

La crisi esplode in maniera clamorosa nel giugno 2019, quando la banca si presenta all’appuntamento con la semestrale con indici patrimoniali sotto ai minimi regolamentari, complice la continua erosione di capitale: il Cet1 ratio è al 6,22%, l’1,5% in meno delle soglie imposte per il 2019;il Tier1 ratio (al 6,22%) addirittura il 3,2% in meno e il Total capital ratio (all’8,12%) il 3,65 per cento in meno. «La situazione patrimoniale - deve ammettere la banca nella relazione semestrale - fa emergere dubbi significativi sulla capacità del gruppo di continuare la propria attività operativa in un’ottica di funzionamento in un futuro prevedibile».

Come se non bastasse, lo scorso 18 giugno 2019 la Banca d’Italia invia gli ispettori per una nuova ispezione sui crediti. L’indagine è tuttora in corso, ma le evidenze sono già chiare: la banca ha oramai circa un quarto dei propri crediti totali in condizione di deterioramento. Servono altre coperture e per il 2019 sono stimate nuove perdite per almeno 400 milioni.

Di fronte a questa situazione, Banca d’Italia ha deciso di intervenire con una mossa d’emergenza, ovvero la messa in amministrazione straordinaria e la nomina di due commissari, Antonio Blandini ed Enrico Ajello, che sostituiscono il cda guidato da Vincenzo De Bustis.

Le conseguenze per correntisti, azionisti e obbligazionisti
La misura decisa da via Nazionale ha un primo effetto che è quello di procrastinare la pubblicazione del bilancio 2018, di mettere al timone figure di fiducia in attesa di una ricapitalizzazione da almeno un miliardo che dovrà avvenire nei prossimi mesi. Solo a quel punto, i correntisti potranno tirare davvero un sospiro di sollievo. Va detto, d’altra parte, che senza un intervento pubblico e/o privato la banca rischierebbe la liquidazione, con la conseguenza di coinvolgere anche i correntisti oltre i 100mila euro: secondo la stessa Banca d’Italia, uno scenario di questo tipo costerebbe 4,5 miliardi.

Nello stesso tempo, la maxi-ricapitalizzazione, unita alle perdite in arrivo, è destinata ad azzerare i circa 70mila piccoli soci della banca popolare del Sud, in gran parte clienti dello stesso istituto. Si tratta di circa 60mila soci privati, l’85% dei quali è diventato socio dal 2000 ad oggi, ovvero nel momento di maggiore espansione. Soci concentrati per la metà circa in Puglia, e che solo nel 2016 vedevano le loro azioni valutate anche 9,5 euro, secondo le stesse indicazioni fornite dall’istituto.

Il tracollo del valore delle azioni
Dalla quotazione sul borsino Hi-Mtf, datata giugno 2017, è iniziato il tracollo: da 7,5 euro iniziali, il prezzo delle azioni è progressivamente sceso fino ad atterrare a 2,38 euro dell’ultima quotazione lo scorso 4 dicembre. Un valore virtuale, in verità, visto che anche a quel prezzo gli scambi erano sostanzialmente nulli. Se si considerano le circa 163 milioni di azioni in circolazione, la valorizzazione della banca pugliese bruciata dal 2016 - e con essa i risparmi dei soci - è stata pari a circa 1,5 miliardi. Un falò a cui rischia di aggiungersi anche il bond subordinato con scadenza 2021 emesso dalla banca nel giugno 2018: valore 213 milioni. Di fatto si tratta di un bond assimilabile alle azioni, per rischiosità: in caso di azzeramento del capitale per coprire le perdite, dunque, la prospettiva è di un coinvolgimento pieno di questo strumento.

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