l’aumento di capitale

Popolare di Bari: per i soci lo spettro dell’azzeramento

Il rafforzamento patrimoniale avrà effetti iperdiluitivi sugli azionisti: il valore dei titoli è destinato a crollare

di Luca Davi


Popolare di Bari: un piano da 900 milioni per il salvataggio

3' di lettura

Per capire come finirà servirà attendere ancora del tempo. Perchè tutto dipenderà da quale forma prenderà esattamente il salvataggio, da quale sarà la perdita da coprire, e quindi il livello di partecipazione dei soggetti coinvolti (Fondo interbancario e Mediocredito Centrale). Senza contare che è ipotizzabile che il Governo metta in campo misure compensative, ad attenuazione di eventuali perdite.

Insomma, tante variabili che rendono ancora il quadro fluido e passibile di notevoli modifiche. Se però il quadro di fondo verrà confermato, e l’aumento di capitale previsto oggi sarà realizzato, per gli azionisti di Banca Popolare di Bari - banca che verrebbe salvata dal crack certo - c’è da mettere in conto una lunga fase di incertezze.

Allo stato attuale per i circa 69mila azionisti della popolare pugliese si prospetta un aumento iper-diluitivo, che avrebbe l’effetto di azzerare il valore delle azioni. Realistico d’altra parte che, come avvenuto nel caso delle banche venete, per i soci coinvolti ci siano poi indennizzi o meccanismi di compensazione a fronte delle perdite subite. Ma per questo servirà chiarezza da parte del governo.

Il rischio azzeramento tuttavia è nei fatti. La banca ha un patrimonio di circa 440 milioni, ma davanti a sè una nuova pulizia di crediti, per cui si ipotizza una nuova perdita di circa 400 milioni. Il rischio (inevitabile) è che gli indici patrimoniali, già fragili, scendano ulteriormente, anche sotto lo zero. E con essi anche il valore delle azioni, che non a caso già oggi è a livelli rasoterra. Dalla quotazione sul borsino Hi-Mtf, datata giugno 2017, il valore delle azioni è passato da 7,5 euro iniziali fino ad atterrare a 2,38 euro dell'ultima quotazione lo scorso 4 dicembre.

Si tratta in verità di un valore virtuale, in verità, visto che anche a quel prezzo gli scambi erano sostanzialmente inesistenti. Facendo un calcolo complessivo, considerando le circa 163 milioni di azioni in circolazione, la valorizzazione della banca pugliese bruciata dal 2016 - e con essa i risparmi dei soci - è stata pari a circa 1,5 miliardi.Insomma, anche in un caso di un’operazione mista pubblica/privata, che pure sarebbe necessaria per salvare la banca, per chi detiene azioni si profilerebbe una pesante perdita.

Prima di questo, tuttavia, potrebbe esserci altre eventi che potrebbero cambiare lo scenario: la banca dovrà ad esempio trasformarsi in Spa, quindi dovrebbe essere previsto un diritto di recesso (che però può essere congelato, come già accaduto in altre ex popolari divenute Spa).

Lo scenario peggiore è invece rappresentato da due parole che in questo momento è marginale e del tutto ipotetico, ma che rimane sul tavolo: ed è il burden sharing, ovvero il coinvolgimento di azionisti e detentori di bond subordinati. Uno scenario estremo, che al momento rimane sullo sfondo, e che tutti confidano di poter evitare. Perchè la via maestra è quella di un’operazione di mercato, idea che a Roma tutti confidano di poter far valere davanti all’Ue.

Se però per ipotesi non fosse questa la visione di Bruxelles, e tolto il rischio della liquidazione coatta amministrativa (che Bankitalia stessa ha voluto spazzare via, visto che costerebbe 4,5 miliardi), è questo il rischio più pesante che aleggia oggi sui soci della popolare pugliese.

Secondo la “Banking communication” del 2013, infatti, in caso di dissesto di una banca è previsto che prima del coinvolgimento di fondi pubblici venga attuata la riduzione del valore nominale delle azioni e delle obbligazioni subordinate o la conversione in capitale di queste ultime. La normativa parla chiaro. L’Ue può autorizzare l’intervento pubblico ma per limitare le distorsioni della concorrenza tra banche e ovviare al cosiddetto “rischio morale” impone che gli aiuti siano « limitati al minimo necessario».

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Non solo. Oltre alle azioni, a quel punto sarebbero oggetto di coinvolgimento anche gli strumenti subordinati: e come noto sul mercato ci sono 213 milioni di bond in mano al retail. Ovviamente, anche in questo caso, sarebbe ipotizzabile un meccanismo compensativo, come avvenuto nel caso di Mps, ad esempio. E per fortuna si tratta di un’ipotesi estrema, e di scuola, ma che è pur sempre sul tavolo.

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