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Popolare Bari: il mercato tradito e il capitalismo degli amici

di Guido Gentili

Decaro: Popolare Bari al sicuro, ora luce sulle responsabilità


2' di lettura

I riflessi condizionati sono un problema serio, anche nella politica e sui temi finanziari a cavallo con essa. Puntuale, per la crisi della Banca Popolare di Bari, si è fatta largo la tesi (ministri del secondo Governo Conte compresi) del “fallimento del mercato”, a fronte della quale è non solo inevitabile, ma giusto, l'intervento risolutore dello Stato.

Ora, che la Popolare di Bari (maggiore istituto di credito del Mezzogiorno, 70 mila soci, circa tremila dipendenti e quasi 300 sportelli sul territorio nazionale) sia alle corde e sull'orlo del baratro è un fatto. Ma che l'origine di questo tracollo sia da rintracciarsi nel crac del mercato e delle sue regole è un'altra delle tante comode e compiacenti false verità che all'occorrenza vengono messe in campo. Operazione che fa leva anche su un substrato culturale e ideologico, storicamente ben consolidato, d'impronta statalista e, di fatto, avverso proprio al mercato.

Dove fossero il mercato, e le sue regole, nel caso della Popolare di Bari, è difficile dirlo. Certo, l'onda lunga della crisi recessiva partita nel 2007 è stata una componente forte che si è scaricata sui bilanci. Ma forse ben più forte è stato l'impatto di una gestione (della famiglia Jacobini, per decenni al timone dell'istituto) rivelatasi inadeguata.

La crisi è deflagrata a metà di quest'anno, quando il rosso, nel giro di quattro anni, sale sopra il miliardo di euro e costringe la banca (che qualche anno prima si era avventurata, avendo tutte le “bollinature” istituzionale del caso, nell'acquisto di Banca Tercas) a dichiarare che “la situazione patrimoniale fa emergere dubbi significativi sulla capacità del gruppo di continuare la propria attività operativa”.
Sempre a giugno parte una nuova ispezione sui crediti di Bankitalia che ha poi deciso il commissariamento. Ma è evidente che la partita sull'individuazione delle responsabilità è appena iniziata . E che è proprio la gestione dei crediti (in mano ad una ristretta “enclave”, come spiegato dall'ad Vincenzo de Bustis) ad aver fatto il bello ed il cattivo tempo erogando per anni prestiti facili nella totale opacità.

Questa è la pietra angolare sui cui si fonda la caduta della Popolare di Bari. E colpisce, tra le tante anomalie e i silenzi, che l'uscente ad della banca, già alla direzione generale dell'istituto tra il 2011 ed il 2015 e indagato dalla Procura di Bari, sia stato “ripescato” nel 2018 e nominato amministratore delegato alla fine dello stesso anno. Giusto il tempo, all'inizio del 2019, per proporre un'acrobatica ricapitalizzazione con l'ausilio di una minuscola società maltese. Operazione poi sfumata e per la quale si è mossa la magistratura barese.

Il capitalismo degli amici
Il mercato – e con esso le sue regole- è stato semmai, una volta di più, tradito e aggirato. La vicenda della Popolare di Bari appartiene a tutto tondo alla frequente casistica del crony capitalism, il capitalismo “relazionale” degli amici, a cavallo tra locale e nazionale, privato e pubblico, affari, politica e burocrazia statale. Un mondo dove la concorrenza e l'etica degli affari sono perfetti sconosciuti in attesa del prossimo fallimento. Del mercato, naturalmente.

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