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Popolare Bari, Mps, Carige: perché l’Italia perde sempre a Bruxelles

Il caso dell’istituto pugliese è emblematico: un decreto, approvato dal Parlamento prima dell'estate, è stato giudicato a ragione aiuto di Stato da Bruxelles. Meglio sarebbe stato chiedere un parere preventivo. Sempre colpa dell'arbitro? Per vincere le partite, sarebbe meglio giocarle bene

di Alessandro Graziani


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2' di lettura

Il caso della Popolare Bari è solo l'ultimo di un tris di eventi bancari che nel 2019 ha visto l'Italia perdere le partite giocate con l'Europa. Partite perse, bisogna ammetterlo, giocando male. Si può dare la colpa all'arbitro, e certo il via libera Ue al salvataggio “pubblico” di Nord Lb alimenta l'idea di una disparità di trattamento, ma l'Italia ha le proprie responsabilità per come ha giocato con Bruxelles le tre partite bancarie del 2019.

Il caso della Popolare Bari è emblematico. Dopo le perdite di bilancio del 2018, era noto che la banca barese aveva bisogno di capitale e che, non essendo quotata in Borsa, non poteva ricapitalizzare chiedendo soldi ai soci che da anni tentano piuttosto di vendere (inutilmente) le azioni.

Il precedente Governo ha pensato che il problema potesse essere risolto con una sistemazione provvisoria e per questo ha varato un decreto, approvato dal Parlamento italiano prima dell'estate, per consentire alle banche del Centro Sud Italia di computare le imposte differite a patrimonio a condizione di procedere ad aggregazioni. Una norma che la Ue ha giudicato aiuto di Stato con una opinione che è difficile da contestare. Meglio sarebbe stato chiedere un parere preventivo a Bruxelles, evitando di far approvare “alla cieca” al Parlamento una legge che si sta rivelando inutile.

Per salvare Popolare di Bari, di nuovo interverrà il Fondo Interbancario di tutela dei depositi (il Fitd, alimentato da tutte le banche italiane), che proprio in questi giorni sta ricapitalizzando Banca Carige . Anche nel caso della banca ligure, il precedente Governo aveva varato un decreto che, oltre a dare la garanzia di Stato sui bond da emettere, prevedeva in caso di necessità un aumento di capitale precauzionale da parte dello Stato. Ipotesi che fin dall'inizio si scontrava con le regole Ue sugli aiuti di Stato che l'Italia, chissà perché, pensava di poter aggirare puntando a una deroga difficile da ottenere.

Il tema degli aiuti di Stato riguarda in questi giorni anche il ruolo dello Stato azionista di Mps. La proposta del Governo italiano di scissione degli Npl del Monte (fino a 14 miliardi di euro) a favore di Amco (ex Sga) puntava sul fatto che essendo entrambe le società a controllo statale non vi fosse aiuto di Stato.

Il prezzo di scambio degli Npl, secondo questa teoria, poteva dunque essere allineato a quello di bilancio di Mps senza generare minusvalenze. L’orientamento della Commissione Ue invece è che, avendo Mps azionisti di minoranza, l’operazione così come presentata dal Tesoro non può neanche essere esaminata.

Sempre colpa dell'arbitro? Per vincere le partite, sarebbe meglio giocarle bene.

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