Credito

Popolare Bari, parla il banchiere di lungo corso Caletti: «È una crisi da padre-padrone»

Cesare Caletti: «È una crisi che parte dal lontano ed è il solito problema delle banche popolari, quello del padre-padrone. Istituti dove i "dominus" sono i manager che diventano autoreferenziali; se sono bravi la banca funziona, altrimenti si sfascia tutto»

di Gerardo Graziola

(ANSA)

2' di lettura

Per il rilancio di una banca come la Popolare di Bari, in una fase in cui l'economia nel Mezzogiorno registra una crescita anemica, serve «tanto patrimonio, un'erogazione del credito attento, politiche diversificate e un'attenzione ai costi straordinaria».

Cesare Caletti, cremonese, banchiere di lungo corso, fu co-protagonista, da direttore generale del Banco di Sicilia, del salvataggio, nel 1997, della Sicilcassa. Un salvataggio nel quale, guarda i casi della storia, i cavalieri bianchi, Mediocredito Centrale e Fondo interbancario di tutela dei depositi (Fitd), sono gli stessi che 23 anni dopo sono di nuovo in campo per la più grande popolare del Sud.

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«Ciampi ci convocò al Tesoro - ricorda Caletti in una intervista a Il Sole 24 Ore Radiocor - e ci disse che non si poteva far fallire Sicilcassa; noi avevamo appena chiuso un bilancio in utile per 11 miliardi di lire (1996) dopo una faticosa ristrutturazione e non pensavamo certo ad espanderci».

La soluzione in quel caso fu l'ingresso nel capitale del Banco di Sicilia, del socio industriale Mediocredito Centrale guidato da Gianfranco Imperatori (100% ministero del Tesoro, con mille miliardi di lire. Assegno di uguale importo fu staccato dal Fitd e poi si applicò «il decreto Sindona che ci permise l'acquisto agevolato dell'attivo e del passivo» di Sicilcassa. Il costo complessivo per lo Stato, ricorda a memoria Caletti, fu di 4-5mila miliardi ma lo Stato recuperò tutto quando nel 2000 vendette Mediocredito Centrale a Banca di Roma. Quel salvataggio, ricorda Caletti che, dopo una breve parentesi, tornò al Banco di Sicilia proprio quando Mediocredito passò sotto le insegne di Banca di Roma, si caratterizzò anche per l'utilizzo nel settore bancario, per la prima volta, degli esodi volontari per il personale del polo siciliano (1.900 furono le uscite).

Oggi sulla crisi della Popolare di Bari Caletti ha un'idea precisa: «È una crisi che parte dal lontano ed è il solito problema delle banche popolari, quello del padre-padrone. Istituti dove i "dominus" sono i manager che diventano autoreferenziali; se sono bravi la banca funziona, altrimenti si sfascia tutto». Tornando al salvataggio della Sicilcassa, Caletti sottolinea che rispetto alla situazione di oggi bisogna tenere conto di una grande differenza. «In quegli anni fare banca era molto più remunerativo: si guadagnava bene sul mark down» ricorda il banchiere, ossia sulla differenza tra i tassi di mercato e il tasso medio pagato alla clientela «e si facevano pochi impieghi» con la conseguenza che i rischi di produrre flussi di crediti deteriorati erano più contenuti. Anche allora, tuttavia, fare buon credito al Sud non era facile: «La difficoltà è nella mancanza di grandi aziende, e di alternative per collocare gli impieghi. Anche al Banco di Sicilia - aggiunge Caletti - grazie agli sportelli che avevamo al Nord facevamo impieghi più sicuri. Al Sud, conclude, ci vuole molta attenzione».

(Il Sole 24 Ore Radiocor)

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