svezia e non solo

Populismi e scandali finanziari, la Scandinavia non è più un’isola felice

di Alberto Magnani

Il voto in Svezia preoccupa Bruxelles

5' di lettura

Nel World happiness report, una classifica «dei paesi più felici al mondo», la Scandinavia monopolizza da anni metà della top 10. Gli intervistati dell’indagine sembrano confermare l’entusiasmo per il benessere della vita nel Nord Europa. Le ultime cronache un po’ meno. Il sistema scandinavo, il «paradiso del welfare», inizia a mostrare qualche crepa di troppo rispetto alla percezione idilliaca di qualche anno fa.

Il governo danese resta in piedi grazie alle stampella di una forza populista ed euroscettica (Dansk Folkeparti) ed è alle prese con uno dei più grossi scandali finanziari della sua storia. La Svezia si prepara al voto di domenica fra le attese di exploit dei Democratici svedesi, un partito di origine neonazista che si presenta alle urne con una veste - relativamente - moderata e viaggia nei sondaggi intorno al 18-20%.

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La Finlandia è uscita da anni di stagnazione e non è più «il malato d’Europa», salvo incappare in una crisi governativa nel 2017 e doversi ancora riassestare dal trauma della fine dell’era Nokia. La Norvegia fa vita a sé, anche per l’estraneità alla Ue, ma non è immune dalle spinte nazionaliste che si propagano fra i vicini di casa. Il parlamento di Oslo è controllato dal 2013 da una coalizione di (centro)destra che ospita al suo interno il Progress party, una forza nata su ispirazione liberale e slittata su toni sempre più nazionalisti.

Il welfare vacilla? «Colpa degli immigrati»
Il paradosso è che le economie nordiche godono di buona salute, rispetto agli standard europei. La Danimarca è proiettata su una crescita di almeno il 2% fra 2018 e 2019, con un tasso di disoccupazione schiacciato al 3,9% nel luglio 2018. La Svezia affascinata dalle forze xenofobe si è espansa del 3,3% nel secondo trimestre dell’anno e ha un deficit che supera a fatica l’1%. La Finlandia arranca rispetto ai livelli precrisi, ma viaggia comunque su una crescita annua di oltre il 2%. Cosa si è incrinato? In superfice nulla, ma le statistiche fotografano solo in parte la realtà sociale dei «paesi più felici al mondo». La crisi si è fatta sentire nel Nord Europa, presentando il conto alle fasce più deboli della popolazione di economie ricche come Danimarca, Svezia e Finlandia. In tutti e tre casi il timore dell’elettorato popolare è veder vacillare il sistema di welfare, tagliando servizi sanitari, istruzione e sussidi. In tutti e tre casi i partiti della destra populista hanno saputo cavalcare il malessere, indicando una minaccia unica per la tenuta dello Stato sociale: gli stranieri, soprattutto se extraeuropei e islamici. Un argomento facile da giustificare negli anni di picco della crisi migratoria europea del 2015, quando il fenomeno ha raggiunto dimensioni problematiche per paesi di pochi milioni di abitanti.

La Danimarca, fra frustrazione sociale e scandali finanziari
In Danimarca, ad esempio, il totale di stranieri non-europei sulla popolazione è cresciuto dall’1% del 1980 all’8,5% attuale. Numeri preziosn per la retorica xenofoba del Dansk Folkeparti, cresciuto fino a conquistare 37 seggi e il ruolo di ago della bilancia nella maggioranza di centrodestra che governa il paese. La tesi è che lo Stato sociale sia messo a rischio dall’afflusso di richiedenti asilo, nonostante il rilascio di permessi si sia ridotto di due terzi rispetto al 2015. «I gruppi a basso reddito hanno sofferto molto di più al recessione e i tagli al welfare che pure ci sono stati, La rabbia è stata diretta verso gli immigrati» spiega al Sole 24 Ore Astrid Nombo Andersen, una ricercatrice dell’Istituto danese di studi internazionale. Lo stesso partito socialdemocratico danese ha finito per adeguarsi alla retorica degli avversari, fino a concedersi qualche sintonia occasionale con la maggioranza conservatrice. L’ultima occasione è stata il sostegno al governo sulla proposta del «Ghettoplan»: un piano che prevede, fra le altre cose, di obbligare i bambini a trascorrere 25 ore a settimana lontano dai genitori per «per assicurarsi che imparino la lingua e i valori danesi».

In compenso è difficile accusare i migranti dello scandalo che ha sommerso Danske Bank, il principale istituto finanziario del paese. La banca, a quanto è emerso da un report commissionato internamente, avrebbe gestito l’equivalente di 30 miliardi di dollari di denaro in arrivo da Russia e dalla ex Unione sovietica attraverso una sua divisione estone. L’ipotesi nell’aria è di una maxioperazione di riciclaggio, in quello che è stato definito come un terremoto di dimensioni «gigantesche» sia per un’economia di piccole dimensioni (il Pil danese supera di poco l’equivalente di 300 miliardi dollari) sia per il resto d’Europa. In attesa delle verità processuali, il danno reputazionale ha già lasciato il segno. Il titolo dell’istituto è colato a picco nelle sedute del 4 e 5 settembre.

La Svezia al test dei populisti
Parlando di politica, il caso danese ha anticipato quello che potrebbe succedere domenica in Svezia. Stoccolma si prepara alle elezioni con un certa apprensione per la crescita dei Democratici svedesi, sigla dell’ultradestra proiettata dai sondaggi al secondo posto su scala nazionale. Il partito, capitanato dal 39enne Jimmie Åkesson, ha costruito il suo consenso elettorale battendo lo stesso tasto dei “cugini” del partito popolare danese: gli stranieri. Anche qui gli annunci elettorali hanno trovato la sponda della crisi migratoria, con più di 400mila arrivi fra 2015 e 2017, oltra al clima di insicurezza percepito nei quartieri periferici dei centri urbani principali. L’aumento dei casi di criminalità e di «gang» in città come la stessa Stoccolma e Göteborg ha corroborato la retorica xenofoba del partito, senza perdere di vista la questione di fondo: la Svezia «non può prendersi in carico» i migranti senza far esplodere la spesa sociale o intaccare i diritti dei cittadini svedesi. In attesa del verdetto delle urne, la corona svedese ha iniziato a perdere terreno sull’euro, manifestando i timori degli investitori per la creazione di un governo fragile quanto - e più - della sua valuta.

La Finlandia in ripresa
Infine, la Finlandia. Helsinki ha ripreso a respirare l’anno scorso dopo anni di stagnazione, dovuti a un incrocio sfavorevole di fattori. Uno fra i più evidenti è la crisi di Nokia, il brand della telefonia mobile arrivata a incidere il 4% sul Pil nazionale (e il 20% sulle esportazioni). L’economia finlandese ha sofferto anche per la sua stessa composizione, troppo dipendente dalle esportazioni di materie prime, oltre a soffrire per il crollo di vendite in un parter come la Russia. Fra 2014 e 2016 l’interscambio Helsinki-Mosca è arrivato a perdere il 50% del suo valore, salvo dare segnali di riscatto l’anno scorso. Ora il vento è cambiato e l’economia è proiettata dalla Banca centrale finlandese a «una robusta crescita» fra 2018 e 2019. Un ottimismo che si percepisce di meno sul fronte politico, dove lo scenario resta simile a quello dei vicini di casa.

Anzi, Helsinki ha fatto da apristrada al boom populista che sarebbe dilagato nel resto d’Europa. Le elezioni del 2015 hanno consacrato l’ascesa della destra populista con i 38 seggi dei Finns («I veri finlandesi»), accolti per la prima volta in una compagine governativa assieme a forze più moderate. Nel 2017 gli stessi Finns si sono scissi fra due ali, una più intransigente e l’altra più moderata, portando a un rimpasto del governo che regge tutt’ora. Le prossime elezioni parlamentari sono in calendario per il 2019, il 14 aprile. Poco più di un mese dopo si vota. Questa volta, però, sull’Europa.

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