Populisti di lotta e di governo alla sfida del covid

L’equilibrio politico-economico sul quale l’Italia si è retta nel quarto di secolo passato è meno equo che nelle altre grandi democrazie occidentali

di Andrea Capussela

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(REUTERS)

L’equilibrio politico-economico sul quale l’Italia si è retta nel quarto di secolo passato è meno equo che nelle altre grandi democrazie occidentali


3' di lettura

Trump, Putin, Johnson, Erdogan, Bolsonaro perdono terreno nei sondaggi. In Italia Salvini stenta, i Cinque Stelle vivacchiano, Meloni cresce. Alcuni analisti ritengono che la pandemia abbia spiazzato i populisti, altri sono più cauti. Anch’io credo che gli effetti della crisi sul populismo siano ambigui, anche in Italia.

«La gente ne ha abbastanza degli esperti», disse un ministro conservatore, Michael Gove, durante la campagna per il referendum sulla Brexit. Ma la domanda più ovvia per una bambina è ora questa: «E tu cosa vorrai fare da grande, la virologa o l’epidemiologa?»

La tensione tra queste due frasi è il nocciolo della prima tesi. Avendo cavalcato la diffidenza dell’uomo della strada verso gli esperti, i populisti affonderanno ora che la pandemia ha dolorosamente dimostrato quanto la società ne abbia bisogno.

Altri, come Jan-Werner Müller e Cas Mudde, osservano che la polemica con gli esperti è solo una delle armi retoriche dei populisti. La loro particolarità e la loro forza sta piuttosto nella capacità di dividere l’elettorato e dirigere lo scontento sulle minoranze (linguistiche, culturali, religiose, etniche, a seconda delle fratture che la storia ha lasciato in eredità a ciascun Paese). Dichiarandosi i soli rappresentanti del “vero” popolo, che descrivono come tiranneggiato da élite corrotte, accusano chi li avversa di essergli nemico. I populisti sono molto più antitetici al pluralismo che al principio di competenza.

Inoltre il populismo è più una congerie di tattiche e motivi retorici che un’ideologia coerente o unitaria, e in ciascun Paese prende caratteri diversi. Tipicamente il suo successo è conseguenza di stagnazione economica, disuguaglianza, o di crisi di rappresentanza politica. Ma spesso pesa anche la storia: l’eredità di un passato imperiale glorioso e perduto (Gran Bretagna, Russia, Turchia); la lunga aspirazione all’indipendenza, che contribuisce a spiegare l’ondata nazionalista nell’Europa centrale e orientale del decennio scorso; o entrambe (Ungheria). Erdogan e Salvini-Meloni sono casi pressoché antitetici: la Turchia è un Paese in forte crescita – 5% l’anno nell’ultimo ventennio – ma ancora molto disuguale e attraversato dalla tensione tra influssi occidentali, religione tradizionale e memoria di antiche umiliazioni.

Gli effetti della pandemia sul consenso per i populisti saranno diversi Paese per Paese, verosimilmente, e dove essi traggono forza soprattutto dal disagio sociale tutto dipenderà dall’efficacia dei piani di rilancio e dalle idee che i loro avversari dei populisti sapranno proporre all’elettorato. È questo il caso dell’Italia.

Anche qui i populisti fanno leva sulle promesse mancate del capitalismo liberale: il rallentamento della crescita economica, le disuguaglianze, la separatezza delle élite politiche, la tendenza all’oligarchia. Tutti problemi che in Italia prendono forme particolarmente acute perché l’equilibrio politico-economico sul quale il Paese si è retto nel quarto di secolo passato è, nel complesso, meno equo ed efficiente che nelle altre grandi democrazie occidentali.

Anche qui i populisti germogliano da ceppi diversi. La Lega ha contribuito a costruire quell’equilibrio politico-economico, sulle fondamenta di quello scosso dal biennio 1992–4, e l’ha difeso durante tutta la propria storia. Il condono fiscale è stato una sua priorità nel passato governo, per esempio, e con la scusa della pandemia ne ha subito proposto un altro (Salvini, il 14 aprile). I Cinque Stelle dichiarano di voler cambiare l’Italia, al contrario, anche se visibilmente mancano delle idee e delle competenze per farlo. La Meloni, che ormai li tallona nei sondaggi, è più simile a Salvini.

Il problema italiano è duplice, pertanto, e meno dipendente che altrove dalla pandemia. Da un lato, difficilmente la ripresa sarà vigorosa, proprio a causa dell’inefficiente equilibrio che la Lega difende, e il disagio sociale potrà rigonfiare le vele dei populisti. Dall’altro, i loro avversari mancano di idee credibili per contrastarli: perché la loro storia recente le contraddice, avendo essi sostenuto quell’equilibrio (Forza Italia) o serenamente convissuto con esso (il Pd e la galassia Renzi-Calenda-Bonino), ovvero perché sono idee vaghe o deboli.

Essi parlano di domanda aggregata, consumi, disuguaglianza, povertà, istruzione: giusto, ma sarei curioso di trovare qualcuno che pensi – e dichiari – che quelle sono priorità secondarie. Non parlano di produttività, concorrenza, supremazia della legge e responsabilità politica: tutte deboli, a causa di quell’equilibrio; tutte legate alla distruzione creatrice che la crescita per via di innovazione produce e richiede; tutte, pertanto, primarie cause della stagnazione economica. Paradossalmente, parte delle élite italiane sembra temere più la distruzione creatrice che i populisti.

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