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Pornovendetta, sempre più le giovani donne vittime di ricatti online

Il reato di revenge porn - introdotto nel Codice rosso - prevede multe e sanzioni più severe ma il problema resta la rimozione delle immagini. In arrivo dagli Usa il metodo EMME per tutelare anche le ragazze filmate illegalmente, con video chat private postate su internet

di Livia Zancaner


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3' di lettura

Minacce, estorsioni, stalking, molestie, diffusione di immagini pornografiche per vendetta. Sono sempre di più le donne, anche molto giovani, vittime di attacchi e abusi via internet . Nel 2018 la polizia postale ha individuato 940 casi di ricatti a sfondo sessuale online, con 20 denunce e due arresti. «È solo la punta dell'iceberg, sono dati che vanno decuplicati perché le donne tendono a non denunciare», ci racconta Roberto Mirabile, presidente e fondatore di La Caramella Buona Onlus, che da 23 anni si occupa di questi reati. Secondo una ricerca di Skuola.net su 6500 ragazzi tra i 13 e i 18 anni, il 24% ha scambiato almeno una volta immagini intime con il partner via chat o social (il cosiddetto sexting). Di questi, il 15% ha visto circolare online, senza consenso, le proprie immagini.

«Ora la legislazione italiana sta cercando di colmare un vuoto - sottolinea Mirabile - non si tratta più di lesioni della privacy o semplice diffamazione, ma del reato di pornografia non consensuale». Il reato di pornovendetta inserito nel Codice rosso, disegno di legge contro la violenza di genere approvato dalla camera ad aprile e ora al senato, prevede da uno a sei anni di carcere e una multa da 5mila a 15mila euro per chiunque invii, consegni, ceda, pubblichi, diffonda immagini o video sessualmente espliciti di una persona senza il suo consenso. Termine per la presentazione della querela: sei mesi.

«Dovrebbe salire a un anno», aggiunge il fondatore della Onlus. Il problema è che spesso i colpevoli non vengono identificati e il nodo cruciale resta la rimozione dei video, come nel caso di Tiziana Cantone: la ragazza il 13 settembre 2016 si suicida dopo un video hard caricato sul web senza il suo consenso ad aprile 2015, da persone ancora impunite. Adesso, grazie al metodo EMME ideato da un team internazionale con sede a Chicago, Tiziana avrà il diritto all'oblio.

«Il metodo Emme consiste semplicemente nell'applicazione della legge americana sul copyright , il Digital Millennium Copyright Act (DMCA) e del sistema legale statunitense in materia di revenge porn e pedopornografia», spiega l’avvocato Luciano Faraone, responsabile della sede di Roma dello studio legale Annamaria Bernardini de Pace, che assiste il team EMME e la mamma di Tiziana Cantone, Maria Teresa Giglio. Come sono stati bloccati i video?

«Il team EMME ha individuato tutti i video di Tiziana Cantone conservati nei server ubicati negli Stati Uniti. Abbiamo chiesto la rimozione, applicando la legge federale sul diritto d’autore, in attesa di agire per chiedere il risarcimento dei danni- sottolinea Faraone - I video sono stati rimossi in tre giorni, trasformando la madre di Tiziana nella titolare del diritto d'autore. I proprietari dei siti sono stati obbligati a bloccare i filmati, indicando sulle loro pagine che si trattava di violazione del copyright». Applicando lo stesso metodo, il team Emme ha fatto chiudere H-Periscope.Com, sito che registrava di nascosto le video chat delle ragazze minorenni, a cui accedevano poi quasi 10 milioni di utenti al mese, al costo unitario di 9,99 dollari.

«Un giro d’affari di 100 milioni al mese, abbiamo scoperto 120 mila file oltre alla possibilità per i pedofili di geolocalizzare le minorenni», ci spiegano dal TEAM EMME, che tramite l’indirizzo IP è riuscito a sua volta a geolocalizzare i creatori del sito internet e segnalarli alla polizia. A scrivere a H-Periscope.Com è stata proprio la Onlus Caramella Buona. «Abbiamo minacciato di denunciarli», dice Mirabile. Il motivo per cui l'indagine nasce in Italia è semplice. «Durante un’azione contro la pirateria cinematografica, televisiva ed editoriale, abbiamo scoperto che i criminali, creatori dei sistemi che permettono la pirateria, sono gli stessi che fanno pornografia non autorizzata. Quasi tutti i proprietari di siti pedopornografici che abbiamo trovato sono italiani, quindi abbiamo contattato la Onlus», ci racconta un membro del team Emme.

L’obiettivo è «rendere pubblico questo metodo veloce e immediato, mettendolo a disposizione di tutte le ragazze vittime di ricatti e di chi ha visto registrare illegalmente e poi postare online le proprie video chat», spiegano da Chicago. Al momento tutti i video di Tiziana Cantone identificati sui server Usa sono stati rimossi, 4 anni dopo la prima comparsa sul web. Davvero troppo tempo. «Vanno responsabilizzati i gestori dei social, serve una legislazione europea», conclude Mirabile.

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