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Porsche al traguardo in Borsa. Meschke: «Varrà 100 miliardi entro il 2026»

Vw ha deciso di vendere le azioni a 82,50 euro ciascuna, valutando la società 75 miliardi di euro, la più grande offerta pubblica iniziale d’Europa degli ultimi dieci anni

di Alberto Annicchiarico

Aggiornato il 29 settembre 2022, ore 18:00

Oliver Blume (a destra), ceo di Porsche AG, e il cfo Lutz Meschke danno il via alla quotazione a Francoforte (Afp)

4' di lettura

Partenza a razzo, finale prudente ma comunque nettamente migliore del settore, con i maggiori costruttori in profondo rosso. In un quadro borsistico europeo molto debole per le tensioni geopolitiche e i venti di recessione il marchio sportivo tedesco Porsche ha esordito in Borsa a Francoforte dopo che la casa madre, il gruppo Volkswagen, ha fissato il prezzo di quotazione al limite superiore della forchetta. Vw ha deciso infatti di vendere le azioni a 82,50 euro ciascuna (il minimo era 76,50), valutando la società 75 miliardi di euro, la più grande offerta pubblica iniziale europea dal 2011 e dal ’96 in Germania (Telekom), con una raccolta che ha toccato quota 9,4 miliardi (da destinare per il 49% a un dividendo speciale e per il rimanente al programma di elettrificazione di Volkswagen). Gli ordini sono arrivati da 650 investitori ma solo la metà (40% Usa, 30% Regno Unito, 30% domanda domestica ed extraUe) sono rientrati nell’offerta e in 20 si sono aggiudicati il 75%. La valutazione è vicina a quella di Volkswagen (80 miliardi) ed è superiore a quella di rivali come Mercedes-Benz, Bmw o Ferrari. Advisor dell’operazione Mediobanca per Porsche e Lazard per Volkswagen.

Il prezzo di avvio è stato di 84 euro (+1,8%) per poi tornare al punto di partenza e rilanciarsi a oltre il 5% (valutazione 78,5 miliardi), a fronte del calo dell’indice principale della Borsa tedesca, il Dax (-20% negli ultimi sei mesi). In chiusura, sotto la pressione dei mercati, il prezzo è tornato identico a quello di collocamento: 82,5 euro.

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Giorno storico, e adesso le batterie Vw

«Oggi è un giorno storico per Porsche», ha commentato Oliver Blume, ceo del gruppo Volkswagen dal 1 settembre e di Porsche dal 2015, in un’intervista a Bloomberg Television poco dopo il via agli scambi. «La prima reazione del mercato è molto positiva e questo mostra il potenziale della nostra azienda». E secondo il chief financial officer Lutz Meschke la valutazione del marchio, i cui prodotti saranno sempre più destinati a un pubblico di super ricchi (high net worth individuals) potrebbe salire a «oltre 100 miliardi entro il 2026». Per Arno Antlitz, chief financial officer del primo costruttore automobilistico europeo, «l’alto livello di domanda dimostra la fiducia degli investitori nel futuro di Porsche». Antlitz ha aggiunto che Volkswagen non esclude la già annunciata quotazione della divisione dedicata alle batterie per le auto elettriche, ora che l’Ipo Porsche è stata completata. Anche perché la crisi dei microchip pare estendersi al 2024 e l’intenzione è di ridurre per quanto possibile i tempi di attesa dei nuovi veicoli.

Mossa audace

La quotazione del produttore della celebre 911 e del modello elettrico (di successo) Taycan è una mossa audace, visto il crollo delle Ipo nell’anno, con le società che evitano di cercare nuove quotazioni a causa della crisi energetica europea, dell’aumento dei tassi di interesse e dell’inflazione record. Le aziende hanno raccolto 44 miliardi di dollari di deal di Equity capital market nel 2022 fino al 27 settembre, di cui soltanto 4,5 miliardi da Ipo, secondo i dati Refinitiv; un calo dell'83% dei proventi rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso, secondo i dati di Bloomberg. Già da domani Porsche dovrà affrontare un nuovo test sui mercati.

Auto elettriche e carbon-neutrality

Porsche punta a ricavi fino a 39 miliardi di euro quest’anno e un ritorno sulle vendite fino al 18%, in aumento di due punti percentuali rispetto allo scorso anno, ha affermato la società a luglio. In sede di collocamento delle azioni ha indicato che intende puntare su prodotti e servizi di lusso, oltre che sulle auto a batteria. Nel 2030 si è posta come obiettivo quello di raggiungere l’80% di percentuale di vetture elettriche sul totale del venduto (145.860mila unità nei primi sei mesi, -5% rispetto al medesimo periodo del 2021). L’azienda sta anche lavorando per raggiungere la carbon-neutrality della catena di produzione nel 2030.

La governance

Uno dei punti critici dell’operazione è la governance. Le due famiglie storiche Porsche e Piech con la holding Porsche Automobil SE hanno la maggioranza dei diritti di voto nella casa madre Volkswagen AG e di fatto grazie all’Ipo, aggiudicandosi una minoranza di blocco in Porsche AG, rientrano nel pieno controllo del gigante di Wolfsburg dopo il tentativo fallito di Porsche a metà anni Duemila di acquisire Volkswagen, indebitandosi per oltre 10 miliardi di euro. Dopo quattro anni di battaglia VW nel 2009 sborsò 3,3 miliardi di euro per avere il 42% del gioiello tedesco delle auto sportive. Altro aspetto controverso: Blume, da un mese è anche ceo del gruppo Volkswagen. Un passaggio che non ha convinto tutti gli investitori, che non credono possibile tenere le redini contemporaneamente a Wolfsburg e a Zuffenhausen (Stoccarda).

Seduta pesante per i titoli dell’Auto

I grandi fondi di investimento, per far spazio alle azioni della casa auto sbarcata oggi a Francoforte, ma soprattutto in risposta alle novità allarmanti sull’inflazione tedesca in doppia cifra (10,9%) e alle ricette attese dalla Banca centrale europea (importanti rialzi di tassi, a costo di imporre una recessione) hanno rivisto le proprie posizioni sul comparto auto (che in Europa comunque perde circa il 30% da inizio d’anno) e in parte su quello del lusso, per non essere sovraesposti. Così mentre Porsche, titolo del lusso e quindi di per sé anticiclico, ha puntato a superare il prezzo di collocamento (senza però riuscirci) a fine seduta, sfidando i venti contrari delle Borse europee, a Francoforte sono finiti in rosso la holding Porsche Automobil SE (-10,9%, è primo azionista in Volkswagen con il 31,4%), ma anche la stessa Volkswagen, Bmw e Mercedes-Benz Group. A Milano hanno pagato dazio sia Stellantis che Ferrari. A Parigi, inoltre, in forte ribasso Renault. Il settore auto deve fare i conti con le prospettive di rallentamento dell’economia, nonché con le difficoltà a reperire materie prime e microchip. Difficoltà che finisce per rallentare i tempi di produzione.

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