giustizia e internet

Post offensivo via social: sfida Facebook-Corte Ue

di Marisa Marraffino

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(Reuters)


3' di lettura

La possibilità di costringere Facebook a rimuovere post diffamatori non solo dalla rete nazionale ma anche a livello mondiale arriva di fronte alla Corte di giustizia Ue. Sono previste per domani le conclusioni dell’avvocato generale della Corte di giustizia europea del Lussemburgo nella causa che vede contrapposta una cittadina austriaca a Facebook Ireland (causa C-18/18). Al centro della controversia un commento diffamatorio postato sul social network. La ricorrente aveva ottenuto il blocco dei Dns (Domain Name System) che aveva consentito al contenuto di non essere più visibile ai cittadini austriaci. Ma il problema è stabilire se l’ingiunzione può travalicare i confini nazionali ed essere estesa a dichiarazioni “simili”.

Il nodo della a-territorialità della rete
La questione ripropone il tema dell’a-territorialità della rete internet che rende di fatto inefficaci molte pronunce dei tribunali nazionali. Infatti la Corte suprema austriaca, dopo aver dichiarato che il commento era diffamatorio, ha chiesto in via pregiudiziale alla Corte di giustizia di interpretare la direttiva sul commercio elettronico per stabilire se l’ingiunzione a Facebook possa essere estesa a livello mondiale e alle dichiarazioni di contenuto equivalente. Non è la prima volta, infatti, che le pronunce nazionali si scontrano con i limiti giurisdizionali che finiscono per vanificare la tutela degli utenti. Ottenuta la rimozione di un contenuto, lo stesso può infatti essere riproposto su altri siti, con server in territori extra Ue. Può inoltre essere leggermente modificato e riproposto con l’effetto di costringere l’utente a ricominciare da capo l’azione per la rimozione, in una materia in cui tempismo e rapidità della tutela dovrebbero essere la priorità.

Il diritto all’oblio
Da più parti ormai si invoca la necessità di cooperazione internazionale per rendere effettivi i diritti degli utenti in una materia in cui le sentenze spesso anticipano gli interventi del legislatore. È successo con il diritto all’oblio, oggi cristallizzato nell’articolo 17 del regolamento Ue 2016/679 (il Gdpr), che aveva preso le mosse proprio da una pronuncia della Corte di giustizia europea che riconoscendo la qualifica di responsabile dei dati al motore di ricerca lo aveva obbligato a eliminare dall’elenco dei risultati i collegamenti suscettibili di violare il diritto alla privacy degli utenti che non fossero più attuali (sentenza nella causa C-131/12).

Da allora anche i nostri tribunali si sono interrogati sui limiti del diritto all’oblio. Il problema è tutt’altro che risolto, visto che la Cassazione (ordinanza 28084/ 2018) ha rimesso alle Sezioni unite la questione del rapporto tra diritto all’oblio e diritto di cronaca per cercare di individuare dei criteri certi che permettano di conoscere quando si può chiedere la rimozione di una notizia che lede la riservatezza. Il nuovo regolamento europeo sulla privacy non ha fatto chiarezza su questo punto e ha lasciato ai singoli Stati la risoluzione dei principali problemi applicativi .

L’aggiornamento delle notizie
La mancanza di tutela effettiva degli utenti ha portato i tribunali nazionali ad accorciare i tempi per l’aggiornamento delle notizie non più attuali.

Il Tribunale di Milano, ad esempio (sentenza 3579/2018) ha affermato che quattro anni si possono definire un ragionevole lasso di tempo dopo il quale l'utente può chiedere che la notizia venga confinata nell'archivio informativo e non sia più reperibile attraverso semplici citazioni del proprio nome e cognome su motori di ricerca. Mentre il Tribunale di Firenze, con la sentenza n. 452 dell'11 febbraio scorso, ha addirittura condannato al risarcimento del danno un dipendente del Ministero della Giustizia per aver rievocato durante una deposizione precedenti penali dell'interessato risalenti a oltre trent'anni prima.

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