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Potere, informazione e diritti: una bussola per orientarci meglio

Potere, informazione e diritti: trovare una definizione univoca per ciascuno di questi termini è impresa ardua; tutti e tre sono densi di significanze, intrisi dell’ineludibile relativismo del pensiero, mobili nel loro essere compenetrati alle relazioni tra il singolo e la collettività

di Filippo Danovi

4' di lettura

Potere, informazione e diritti: trovare una definizione univoca per ciascuno di questi termini è impresa ardua; tutti e tre sono densi di significanze, intrisi dell’ineludibile relativismo del pensiero, mobili nel loro essere compenetrati alle relazioni tra il singolo e la collettività.

[...] Nella triade prescelta per il titolo, “potere” e “diritti” sono collocati, non a caso, ai due poli opposti. Sono curiosamente declinati in modo diverso, quasi a ricordare che il potere, nella sua identità unitaria, deve essere correttamente esercitato, mentre i diritti si esprimono nel loro pluralismo, tessono le trame delle identità individuali e collettive, sino a costituire “il volto della civiltà occidentale” (la descrizione è in un articolo del volume).

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[...] Tratto in ogni caso il dado (della scelta del titolo), tra i due poli sta l’informazione, intesa non soltanto nella sua basilare accezione di estrinsecazione della libertà di espressione, ma finanche proprio come strumento di raccordo tra le contrapposte tensioni del potere e dei diritti. Nell’emblematica sequenza di immagini che gli articoli raccolti nel volume restituiscono ai nostri occhi, potere e diritti si presentano come concetti mai statici ma in perenne tensione, e il necessario balancement, il rassicurante point de repère, è dato proprio dal corretto esercizio dell’informazione. L’intero volume ruota intorno a questo difficile equilibrio.

È il giornalismo nel rapporto con il potere e i diritti, indagato, sezionato, ricostruito (con riconoscimenti e valutazioni, accuse e difese) dalla duplice anima di giornalisti e giuristi propria degli Autori.

Negli episodi narrati e nella condivisione di un metodo di decifrazione non vi è mai una lettura agevole, e soprattutto prima facie univoca. Vi sono confini instabili, crinali da valicare o davanti ai quali retrocedere, domande che lasciano a lungo in ascolto.

Può essere l’anonima e forse per questo ancor più drammatica immagine di un bimbo senza vita sulla spiaggia, ma anche il volto di uno degli uomini più potenti della Terra, oscurato durante la diretta di un comizio per impedire la diffusione di plateali falsità. È ancora il tentativo (sterile) di espugnazione della sede della democrazia americana, sull’onda dei messaggi propagatisi in modo incontrollato sui social network.

Di fronte a questi continui interrogativi, il volume di Carlo Melzi d’Eril, Giulio Enea Vigevani fornisce la chiave di volta per la risoluzione di ogni problema.

Può avere diverse declinazioni, ma sempre la si trova nella riscoperta delle necessarie garanzie, che nel dissidio dei contrapposti valori in gioco costituiscono esse stesse valori e punti di riferimento.

Deve dunque esistere, nell’individuazione del potere, un criterio che ne stabilisca il giusto e corretto esercizio, come nel campo del diritto e della giustizia è centrale la nozione di “giusto processo”, e come ancora la diffusione delle notizie non può prescindere da una giusta informazione. E non importa che questo anelito di giustizia non rappresenti mai un postulato scontato, ma sempre un traguardo da conquistare per il tramite di altri valori. L’importante è il metodo, l’interrogarsi per risolvere, la ricerca socratica che dà senso alla vita stessa. Quali sono dunque le garanzie, gli ineludibili valori di riferimento per l’informazione?

Tra questi spicca in primo luogo la trasparenza, anche quando, come ricordano gli autori, la stessa è “difficile”. Trasparente è tutto ciò che non è opaco, è il coraggio di non trascurare nessun dettaglio qualificante, di mettere in risalto non soltanto la luce, ma anche le ombre stesse. Il valore della trasparenza dell’informazione è esponenzialmente aumentato con la diffusione di Internet, poiché la diramazione delle notizie in rete impone, oltre a una dose supplementare di distacco emotivo («il disincanto che serve per la rete»), l’adozione di misure ulteriori di protezione. A tal fine, lo Stato dovrebbe attivarsi per cercare di ridurre l’anonimato sul web, eventualmente anche introducendo un diverso trattamento tra chi palesa e chi cela la propria identità («sei libero, ma dimmi chi sei»). Solo attraverso la trasparenza, in effetti, potremo dare all’informazione il suo vero volto, ottenendo un sistema in grado di comporre con lealtà e fairness poteri (reali o pretesi tali) e diritti.

Il secondo valore è costituito dal recupero del contraddittorio, principio cardine non soltanto di ogni processo, ma anche degli stessi modelli di informazione. «La verità – relativa, parziale, effimera, convenzionale – deve nascere dalla discussione» ci ricordano gli autori, attraverso una informazione «professionale plurale, libera e autorevole, che favorisce il confronto tra idee opposte». Questo paradigma può purtroppo essere messo in crisi quando si proibisce la diversità di opinioni, come troppe volte si è ripetuto nella storia e come talvolta ancora accade, finanche in alcune nostre esperienze di informazione televisiva. È il fenomeno del negazionismo, tornato prepotentemente alla ribalta, che non deve essere a sua volta criminalizzato e così oscurato con la forza (come ricordano gli articoli “negare il negazionismo”, ma anche “perché non bisogna oscurare la falsa propaganda del nemico”), ma piuttosto elaborato e superato attraverso la formazione di una coscienza collettiva idonea a distinguere il reale dall’immaginato.

Il terzo valore è dato dal rapporto di servizio (nel lessico giuridico si direbbe strumentalità) che lega l’informazione al tessuto sociale di riferimento. Supporto, sostegno, ausilio, presidio della sicurezza: molte potrebbero esserne le descrizioni. Quello che tuttavia conta sta dietro al rapporto, ed è l’uomo stesso, come singolo, e come cellula della società, come componente primaria dello stesso ordinamento giuridico.

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