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Ppe, lo spettro di Orbán spacca il fronte dei moderati europei

di Alberto Magnani


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Viktor Orban e Angela Merkel (Epa)

6' di lettura

La spaccatura più drastica del Partito popolare europeo, la famiglia del centrodestra nella Ue, potrebbe consumarsi su un nome che ha sempre creato imbarazzi al «partito dei moderati»: Viktor Orbán, il primo ministro ungherese accusato di aver trascinato Budapest sui confini dell’autoritarismo. Il blocco dei paesi nordici, capeggiati da sigle come il Partito moderato svedese, ha avviato formalmente una richiesta di espulsione di Fidesz, la forza legata a Orbán e alla sua gestione - almeno - aggressiva del paese e dei rapporti con l’Unione europea.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata il lancio di una campagna mediatica per «svelare» ai cittadini ungheresi le presunte trame di Bruxelles sui flussi di migranti, l’argomento-clou nell’intera linea politica di Orbán, che recentemente si è rifiutato di ritirare la campagna anti-europea e anti-Juncker finanziata con le tasse dei contribuenti ungheresi. Ma il rischio, avvertito anche dall’interno, è di favorire nuove fratture in un partito che non gode della sua salute migliore.

L’ultima doccia fredda, o quasi, è arrivata dalle proiezioni ufficiali del Parlamento Ue. Il Partito potrebbe uscire dal voto di maggio con 34 seggi in meno rispetto al 2014: da 217 a 181, perdita comunque meno dolorosa dei 51 scranni che rischiano di sfuggire dalle mani dei socialisti. Il Ppe resterebbe stabilimente il primo gruppo politico dell’Eurocamera, con un’incidenza sul 26% dell’assemblea che passa per i suoi membri più noti: la Unione cristiano-democratica (Cdu) di Angela Merkel e il Partito popolare spagnolo di Pablo Casado, l’Unione cristiano-sociale della Baviera e il Partito popolare austriaco di Sebastian Kurz, i Repubblicani francesi e la pattuglia sempre più sparuta di Forza Italia, il partito che esprime anche il presidente dell’Eurocamera Antonio Tajani. Quanto basta per mantenere la leadership ideale del Parlamento. Meno per rassicurarsi del tutto sulla forza di un gruppo insidiato, soprattutto alla propria destra, dall’ascesa di forze nazionaliste capaci di catturare il voto dei moderati grazie alla crisi dei partiti tradizionali. I popolari restano pur sempre la forza di establishment per eccellenza, sotto attacco su vari fronti in uno dei voti più movimentati della storia dell’integrazione europea.

I liberali li accusano di doppiezza rispetto ai sovranisti, rinfacciando loro la parentela con Orbán. I sovranisti li bersagliano per l’esatto contrario, un eccesso di moderazione che li rende meno appetibili rispetto alla sloganistica di rito della destra nazionalista su immigrazione e controllo delle frontiere. Il partito risponde trincerandosi dove è sempre rimasto dalla nascita nel 1976: al centro, sia pure con qualche ammiccamento alle tendenze più conservatrici della sua offerta politica. «Non dobbiamo copiare i populisti, sennò vincono loro» dice il bavarese Manfred Weber, capogruppo al Parlamento e candidato alla poltrona numero uno della Commissione europea. L’intenzione è di offrire un programma che si svincoli sia dai flirt con la destra nazionalista sia dalla sinistra, sfoggiando il repertorio d’ordinanza del partito: meno tasse, incentivi all’innovazione e al mercato unico e un controllo più rigido delle frontiere che «ci permetta di capire chi è in Europa» senza scadere nel «modello Salvini».

La ricetta di Manfred Weber contro «populisti ed estrema sinistra»
La corsa del Ppe per il voto di maggio ha fatto tappa ad Atene, sede del meeting del partito nella prima settimana di febbraio. Una meta simbolica, a volerla vedere come un’allusione alle origini dell’Europa negli anni della sua crisi. Ma anche, più prosaicamente, un luogo di interesse elettorale per i prossimi voti sull’agenda nazionale. A maggio ci sono le elezioni europee e quelle nazionali, con il centrodestra di Nuova Democrazia in corsa per un buon risultato ad entrambe. Il governo di Alexis Tsipras è un esempio inevitabile fra i casi di «malgoverno» citati durante la convention sia da Weber che dal capo dell’opposizione locale, Kyriakos Mitsotakis. Eppure il caso più eclatante di come i populisti «non sanno governare» arriva da un altro Paese, l’Italia: «Salvini, Di Maio e Conte sono la prova del fatto che i populisti non sanno dare risposte all’economia» ha rotto il ghiaccio Weber di fronte alla platea radunata in un hotel di piazza Syntagma, teatro delle proteste più furibonde negli anni della austerity. Weber, un ingegnere 47enne, è esponente dell’Unione cristiano-sociale, il partito bavarese che ha sempre fatto da gemello - più a destra - della Cdu di Merkel. In tanti avrebbero voluto lei in corsa per la Commissione, ma la diretta interessata ha scelto di sponsorizzare l’alleato.

A 10 anni esatti dalla sue elezione all’Europarlamento, nel 2009, Weber affronta così il suo primo voto da spitzenkandidat (candidato guida) con un programma abbastanza tradizionale: rafforzamento del mercato unico digitale e fisico, stimoli all’innovazione («Bisogna vincere le paure della gente»), libertà di commercio internazionale («Noi abbiamo sostenuto patti come il Ceta, i socialisti e i comunisti non lo hanno fatto»), controllo delle frontiere mirato a un censimento dei cittadini extracomunitari presenti sul territorio. Un altro piatto forte è la spinta a «fare squadra» fra le industrie europee, per far respirare l’economia continentale nelle morsa fra la chiusura degli Stati Uniti di Trump e l’assalto tecnologico della Cina. Weber non la cita, ma è chiaro il riferimento a Margrethe Vestager e alla delusione per lo stop della fusione Siemens -Alstom, il «campione europeo» bloccato dall’antitrust. «Bisogna unire le forze europee - dice al Sole 24 Ore - Dobbiamo capire che i nostri avversari sono fuori dall’Europa, non all’interno. Queste elezioni serviranno a capire cosa vogliamo: un’Europa unita o un’Europa rinchiusa nei suoi nazionalisti». Il concetto viene ripreso, con più chiarezza, da Tajani: «Bisogna assolutamente cambiare le regole della concorrenza. Sono regole obsolete, andavano bene alla fine degli anni ’50, quando si faceva competizione all’interno della Ue - dice - Oggi danneggiano la concorrenza, visto che il mercato è diventato globale e il pericolo è la Cina».

L’imbarazzo per Orban e la fuga di voti a destra
Sullo sfondo del Ppe e dei suoi appelli allo «spirito europeo» c’è appunto Viktor Orbán, l’alleato più ingombrante in vista delle elezioni di maggio. Il dubbio che si pone ora sulla sua permanenza nel Ppe si era proposto a settembre 2018, in maniera più brusca, quando i popolari hanno deciso di compattarsi e votare favore dell’attivazione contro di lui dell’articolo 7: una procedura di infrazione che scatta per i casi di violazione dei valori fondanti della Ue. Orbán, sulla carta, è agli antipodi rispetto alla linea difesa da Weber: nazionalista, autoritario contro i migranti e in piena sintonia con lo stesso Salvini, che viene liquidato come un modello del «populismo che denuncia i problemi senza risolverli». Eppure il suo partito, Fidesz, non si è mai spostato di un centimetro della sua adesione al Ppe e, probabilmente, non lo farà neanche di fronte all’ennesima manifestazione di insofferenza nei suoi riguardi.

Weber si è sempre schermito, ricordando che si esprimerà sul suo conto dopo il verdetto della Corte di giustizia europea. «Il suo partito è uno dei tanti che compongono il Ppe - dice - Orbán dovrà aspettare quello che stabilirà il tribunale». Formalità a parte, ad Atene è emersa anche un’altra chiave di lettura. La riluttanza del Ppe ad espellere Fidesz è dovuta al timore della nascita di un «blocco Visegrad», un gruppo che raduni i Paesi dell’Est Europa (Ungheria, Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca) in un soggetto trasversale agli schieramenti. A bordo potrebbe salire anche il primo ministro socialista della Slovacchia, Peter Pellegrini, scavalcando gli steccati ideologici in favore di quelli geografici e culturali.

Nell’immediato, più che da Orbán, il Ppe sembra incalzato da Salvini e sovranisti di varia provenienz a. La sua Lega è la forza che traina l’espansione del gruppo sovranista Europa delle nazioni e delle libertà, con una previsione di 27 seggi conquistati a maggio. Gli ex alleati di Forza Italia, neo gruppo dei Popolari, si fermano ad appena 7 seggi. Il copione è simile a quello che si legge altrove. Nella Germania di Cdu e Csu il Ppe si proietta ancora verso un totale di 29 seggi, in calo di 5 seggi rispetto al 2014 e di fronte all’ascesa della destra nazionalista di Alternativa per la Germania (le stime parlano di 12 seggi: nel 2014 arrivavano a uno). In Francia i Repubblicani rischiano di perdere 9 seggi, mentre il Rassemblement national di Marine Le Pen potrebbe guadagnarne sei. Secondo i pronostici dell’Europarlamento, il Ppe potrà comunque fare quadrato con socialisti e liberali per attutire il colpo e viaggiare su una maggioranza aggregata di quasi 400 seggi. Il margine di manovra è ampio, ma nulla esclude la necessità di dialogare anche con i «populisti» che premono da destra sulla vecchia famiglia dei moderati. «Bisogna capire che Europa vogliamo» ribadisce Weber, quando gli si chiede della differenza fra popolari e sovranisti. La domanda è rivolta agli elettori, ma forse se lo sta chiedendo pure lui.

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    Alberto MagnaniRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: inglese, tedesco

    Argomenti: Lavoro, formazione, esteri, innovazione

    Premi: Premio "Alimentiamo il nostro futuro, nutriamo il mondo. Verso Expo 2015" di Agrofarma Federchimica e Fondazione Veronesi; Premio giornalistico State Street, categoria "Innovation"

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