sostenibilità

Prada non userà più pelle di canguro

Il gruppo aderisce alla campagna #salvacanguri della Lav, come già avevano fatto Diadora e Versace - L’Italia è il primo importatore in Europa di questo pregiato tipo di pellame

di Giulia Crivelli

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Il gruppo aderisce alla campagna #salvacanguri della Lav, come già avevano fatto Diadora e Versace - L’Italia è il primo importatore in Europa di questo pregiato tipo di pellame


3' di lettura

La campagna #salvacanguri della Lav (Lega antivivisezione italiana) ha portato a un nuovo risultato: dopo Diadora e Versace, anche il gruppo Prada ha risposto all’appello appello per dire stop all’uso delle pelli di canguro. In una nota l’azienda ha dichiarato che il gruppo (con i suoi quattro marchi, Prada, Miu Miu, Church’s e Car Shoe) non ha più in programma l’acquisto di nuove pelli di canguro e conferma il non utilizzo di questo materiale nelle collezioni da oltre un anno.

Le iniziative del gruppo Prada sulla sostenibilità e sulla Csr (Corporate social responsibility)

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L’impegno della Lav
Il 1° ottobre 2019, in occasione del Salone della responsabilità sociale d’impresa e dell’innovazione sociale organizzato dalla Bocconi di Milano, la Lav denunciò la strage di canguri che avviene ogni anno in Australia con un intervento sul tema della moda etica e animal-free, nel panel “La rivoluzione sostenibile della moda parte dai materiali”. Il responsabile Lav per la moda animal free, Simone Pavesi, annunciò la nuova iniziativa dell’associazione per far luce sulla poco conosciuta strage di canguri che sta colpendo l’Australia, anche a causa dell’import italiano, finalizzato a produzioni di alta gamma nel settore della moda e dell’abbigliamento sportivo, calcio e motociclismo in primis.

Il Rapporto della Lav sull’uccisione dei canguri (a cura di Simone Pavesi)

I numeri della strage
Lo chiamano harvest (letteralmente, raccolto) e lo propongono come “sostenibile”, ma si tratta di un vero e proprio massacro che interessa più di 44 milioni di canguri, uccisi dal 2000 al 2018 (con una media annua di 2.324.711 animali): è, secondo la Lav, il più brutale abbattimento di animali selvatici al mondo e vede l’Italia protagonista di un poco edificante primato: siamo il primo Paese importatore di pelli di canguro in Europa. Si tratta di stragi lente e dolorose, con un numero impressionante di vittime collaterali: cuccioli dipendenti dalle madri, deambulanti o ancora nel marsupio, animali feriti, o fuggiti in preda al panico, tutti condannati a lenta agonia. «Per fermare questa mattanza è in primo luogo necessario far venire alla luce quello che da anni avviene in Australia – spiega Simone Pavesi – una caccia brutale, che si svolge di notte, nelle sconfinate praterie, lontano dagli occhi del pubblico e senza una reale possibilità di controllo da parte delle autorità. È necessario che le persone – e le aziende – sappiano: per questo abbiamo diffuso il dossier su questa strage segreta».

Le aziende che hanno già aderito a #salvacanguri
La prima azienda ad aderire all’appello fu Diadora (che appartiene al gruppo Geox) , che il 31 ottobre 2019 annunciò «l’abolizione totale della pelle di canguro da tutti i suoi prodotti a partire da fine anno 2020». Nel comunicato stampa ufficiale si leggeva anche che «la rinuncia da parte di Diadora alla pelle di canguro, comunemente usata dall’industria dello sportswear, rappresenta un ulteriore passo del percorso intrapreso dall’azienda per ridurre l’impatto ambientale della propria attività» e che la decisione «conferma l’impegno di Diadora verso uno sviluppo sostenibile e responsabile». Il 14 gennaio di quest’anno, proprio mentre l’Australia era devastata dagli incendi, fu la volta di Versace, che non annunciò che non utilizzerà più la pelle di canguro per le proprie collezioni.

La posizione dell’università di Sydney: «Riding on the kangaroo's back: animal skin fashion, exports and ethical trade»

Il documentario per approfondire
L’8 ottobre 2019, sempre grazie alla Lav, fu proiettato al cinema Anteo di Milano il documentario Kangaroo: A Love-Hate Story dei coniugi cineasti-animalisti Kate e Michael McIntyre, che parte dalla domanda se la “patria dei canguri” stia spingendo verso l’estinzione l’iconico marsupiale, la cui popolazione delle varie specie si aggira sui 45 milioni. Il documentario (1 ora e 43 minuti) denuncia aspetti dell’uccisione commerciale, dalle accuse di crudeltà - con scene inquietanti - ai rischi alla salute associati con il trattamento delle carcasse. Il documentario testimonia l’impraticabilità dei controlli nelle vaste praterie australiane e dimostra che il codice di condotta nazionale per l'uccisione “compassionevole” e per il trattamento degli animali e dei piccoli nel marsupio di una madre uccisa, non viene il più delle volte rispettato.

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