MEPHISTO WALTZ

Praesepium


3' di lettura

Uffa, che noia… sbottava Franca Valeri (1920), la Signorina snob con quel piglio da Camilla Cederna (1911-1997) o da Laura Betti ( 1927-2004) mentre dava del cretinetti ad Alberto Sordi (“Il vedovo”, Dino Risi, 1959: «Ma che fa, marchese, spinge?»). Ben altra noia la corsa monotona ai regali di Natale. Qualcuno se ne libera annunciando un’offerta sostitutiva a qualche Onlus. Altri cercano di difendersi dai rally comprerecci ricordando la bellezza del Natale d’antan. Persino Papa Francesco scrive una lettera “Admirabile signum”, e vola a Greccio (Rieti) in ricordo del primo presepe, inventato da San Francesco al rientro da Betlemme  (1223) in un paesaggio da lupi, a 700 metri d’altezza, tra selve e leggende. Una scena teatrale, con bue, asinello, pastori, mangiatoia (il praesepium) e personaggi tutti in carne e ossa. Ben diverso da Giotto (1266-1337) nell’affresco di Assisi, sontuoso e cittadino. Oggi non ci resta  che via S. Gregorio Armeno, a Napoli, regno di statuette (anche con volti di celebrità attuali) e accessori, per animare qualsiasi presepe. Un’arte che viene dalla tradizione artistica settecentesca di principi e grandi famiglie, conservata da collezionisti o nei musei. Con montagne, ruscelli, artigiani e osterie della cuccagna come il Bengodi boccaccesco, Calandrino e l’Elitropia, figure che indossano  con eleganza abiti sontuosi o popolani nei loro stracci. “Scivolati nell’era volgare”(Claudio Magris) i pochi presepi rimasti assumono sempre più aspetti inquietanti. Come quei pini giganteschi vanto delle città, ridotti a spelacchio o ad anonime piramidi metalliche hi-tech, in un tripudio  di led variopinti, sempre più griffati. O come l’albero di Natale nel foyer della Scala, con le palle tutte vistosamente marchiate Dolce e Gabbana. Sacro e profano a braccetto. Anni luce dalle feste del XVIII secolo, che divoravano patrimoni secolari nella gara per la più bella – ricordate il Vattel di Depardieu? - dove le tradizioni tenevano unite le famiglie, facevano sognare i piccoli e commuovere gli anziani. Basta. Finite. Estinte come certi animali  (il Dodo, Raphus cucullatus delle Mauritius, scomparso nel 1662) o certi dialetti (quello neolatino, il dalmatico, morto nel 1898 con l’ultimo che lo parlava, Tuone Udaina; o l’idioma della Patagonia, il günün yajüch che sparisce con la lite di due amanti che smisero di parlarlo tra di loro, ultimi  a conoscerlo  (Adriàn N. Bravi). Il presepe ha via via ceduto il passo ai vari Babbo Natale, che si fanno risalire a San Nicola di Bari (270-343) uno dei più venerati nel  mondo: Santa Claus vestiti di rosso, pare dopo un colpaccio degli anni ’30 della Coca Cola. Consumismo e pubblicità lo introducono nei grandi magazzini anglosassoni. Il turismo di massa migra al villaggio di Korvatunturi, dichiarato sua patria, in Lapponia, coi sacchetti di carote per le renne e mince pie e sherry per Babbo Natale. Mentre ognuno gli mette un nome diverso: Nonno gelo nell’URSS, il Dad Moroz sempre in vortici di neve con la nipotina Sneguročhka, sulla troika di cavalli al posto delle renne; Yakul Frost tra i vichinghi, Sinterklaas in Olanda, con i suoi aiutanti mori, ora aboliti dopo una polemica politically correct, che ha cancellato Zwarte Piet. Di questo passo potrebbe capitare lo stesso anche ai Re Magi, morettini come sono. Dio ce ne scampi. Salutate le feste e tutti i Santi, Mephisto torna il 16 gennaio.

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