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Pratiche «sleali» nel commercio: Gdo e produttori a caccia di un’intesa

di Giovanna Mancini

(Reuters)

4' di lettura

Nello scontro tra Davide e Golia, in genere tutti sanno con chi schierarsi: con il più debole contro il gigante prepotente. Ci sono situazioni, però, in cui non è facile capire chi sia Davide e chi sia Golia. Come nella vicenda della direttiva europea sulle pratiche commerciali sleali tra imprese nella filiera alimentare, che vede su fronti contrapposti il mondo dei produttori agroalimentari e quello della distribuzione moderna organizzata (Dmo), ciascuno pronto a rivendicare per sé il ruolo di Davide.

Dopo il voto favorevole del Parlamento europeo, lo scorso 22 ottobre, alla proposta presentata dal vicepresidente della Commissione Agricoltura Paolo De Castro, il negoziato è entrato nella fase finale e l’accordo politico tra Commissione, Parlamento e Consiglio potrebbe arrivare già il prossimo 6 dicembre. «Restano da definire alcuni dettagli, ma credo proprio che avremo il testo definitivo prima della fine della legislatura», dice De Castro. La proposta individua otto pratiche sleali (a cui ne saranno aggiunte altre quattro o cinque, tra le 42 proposte dai gruppi parlamentari) con l’obiettivo di riequilibrare la forza negoziale tra gli attori della filiera in un contesto che vede la crescente concentrazione dei grandi gruppi della Gdo in centrali d’acquisto, come il recente caso dell’alleanza tra Tesco e Carrefour. «Sleali» sono considerati ad esempio il pagamento oltre i 30 giorni in caso di merci deperibili, o l’annullamento con breve preavviso di ordini per prodotti deperibili.

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La direttiva si propone di integrare e rafforzare le legislazioni nazionali in materia, vigenti già in 20 Paesi (tra cui l’Italia, con l’articolo 62 della legge 27/2012), estendendo a livello europeo le tutele e introducendo alcune novità, come l’obbligo di un’Authority nazionale di riferimento e la possibilità che le denunce di comportamenti sleali possano avvenire anche attraverso le associazioni di categoria, in modo da garantire la riservatezza dei denuncianti. Inoltre, la direttiva si applica anche alle centrali d’acquisto localizzate fuori dall’Unione europea, evitando eventuali triangolazioni o situazioni incerte legate ad esempio alla Brexit.

Fin qui tutto bene, o quasi: da entrambe le parti si riconosce l’importanza sia di favorire relazioni commerciali corrette, sia di avere una normativa a livello europeo, visto il raggio d’azione sempre più internazionale delle imprese. Tra i «dettagli da definire», tuttavia, ce n’è uno particolarmente spinoso, attorno a cui si consuma di fatto lo scontro tra distribuzione e produttori: le dimensioni delle aziende da tutelare.

Il testo iniziale del provvedimento (presentato dal commissario Hogan) individuava nelle imprese piccole e medie (con fatturato fino a 50 milioni di euro e massimo 250 addetti) i soggetti deboli della filiera agroalimentare che si intendeva difendere. Nei successivi passaggi il limite dimensionale è però decaduto e il testo passato in Parlamento riguarda tutte le imprese produttrici. Un elemento che vede favorevole l’industria di marca e contraria quella della distribuzione, come prevedibile. «Se una pratica è scorretta, lo è a prescindere dalle dimensioni delle aziende – osserva Roberto Bucaneve, vicedirettore di Centromarca –. Siamo favorevoli a una concorrenza anche dura, ma sempre corretta, lungo tutta la filiera. È giusto che la regolamentazione riguardi tutti e la proposta approvata dal Parlamento Ue va proprio in questa direzione».

Di parere contrario Claudio Gradara, presidente di Federdistribuzione: «Ben vengano normative che tutelano i piccoli agricoltori – osserva –. La proposta inizialmente formulata da Hogan ci sembra abbia preso però una direzione diversa. Si sono aggiunti temi che poco hanno a che fare con questo obiettivo e la direttiva si è trasformata in un progetto che ha aspetti penalizzanti per la distribuzione, identificata come soggetto un po’ predatorio nei rapporti commerciali». Un’immagine che gli operatori della Gdo respingono con forza:

«Dietro a molte insegne della distribuzione, soprattutto in Italia, ci sono piccole e medie imprese familiari, che spesso sono in una posizione di debolezza nei confronti dei grandi gruppi alimentari», ricorda Gradara. Dello stesso avviso Coop Italia: «La proposta iniziale era equilibrata, è giusto tutelare i piccoli fornitori – dice il presidente Marco Pedroni –. Ma il testo oggi sul tavolo è squilibrato, a favore dei grandi gruppi e dell’industria del largo cosnumo, a svantaggio non solo della distribuzione, ma anche dei consumatori».

Per questo la Gdo chiede che si reinserisca un limite dimensionale alle aziende da tutelare, oppure che si inseriscano elementi di reciprocità nella normativa, come prevede del resto la legge italiana.

«Ci stiamo lavorando – assicura De Castro –. Non è escluso che venga introdotto un limite, anche se non potrà essere quello dei 50 milioni indicato dalla proposta iniziale». Quanto alla reciprocità, si tratta di un elemento che non può essere introdotto in questa fase, perché la direttiva riguarda il settore dell’agricoltura. «Ora l’urgenza è la tutela dei produttori agricoli - spiega De Castro –. Ma siamo aperti a introdurre miglioramenti e riconosciamo sia giusto che anche la Gdo abbia garanzie di tutela, che potremo inserire nelle successive fasi di revisione della normativa».

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