nuovo esposto

Prato, la colossale frode delle mascherine cinesi ai danni della Regione

Nel mirino ci sono appalti pubblici (fatti con procedure semplificate, quelle dell'emergenza) per almeno 100 milioni di mascherine e un valore di 45 milioni di euro

di Silvia Pieraccini

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Nel mirino ci sono appalti pubblici (fatti con procedure semplificate, quelle dell'emergenza) per almeno 100 milioni di mascherine e un valore di 45 milioni di euro


2' di lettura

Il commissario all'emergenza Covid, Domenico Arcuri, si è già rivolto agli avvocati e ha presentato un esposto-denuncia come parte lesa, dopo l'operazione della Guardia di finanza di Prato che l'11 giugno ha bloccato (impiegando 250 finanzieri in perquisizioni e sequestri) una colossale frode nella fornitura di mascherine chirurgiche alla Protezione civile e alla Regione Toscana. Arrestati 13 imprenditori cinesi, scoperti 90 lavoratori clandestini, sequestrati milioni di mascherine già confezionate.

A produrle erano tre società di Prato e Firenze, in stretti legami tra loro: il gruppo pratese Y.L. che fa capo a imprenditori cinesi; la Vignolpast di Lastra a Signa; e la Paimex di Cerreto Guidi, tutte e tre rapide nel riconvertire l'attività allo scoppio dell'emergenza sanitaria e nel donare mascherine alle comunità locali, vantandosi dell'aiuto dato al Paese in un momento di difficoltà.

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Nel mirino ci sono appalti pubblici (fatti con procedure semplificate, quelle dell'emergenza) per almeno 100 milioni di mascherine e un valore di 45 milioni di euro, che - secondo l'inchiesta coordinata dalla Procura di Prato - sono state realizzate con materiali scadenti, che non rispettano i requisiti e l'efficacia filtrante dichiarati: in alcuni casi, addirittura, uno dei tre veli di tessuto-non-tessuto sarebbe stato sostituito da un materiale con minor potere filtrante, per risparmiare sulla materia prima e massimizzare i guadagni. Questo filone dell'inchiesta ipotizza i reati di frode nelle pubbliche forniture, truffa ai danni dello Stato, violazione del Codice degli appalti.

C'è poi un secondo filone, che per adesso coinvolge solo il Gruppo Y.L.(ma le indagini sono in corso, sottolinea la Guardia di finanza), guidato dai fratelli Alessandro e Marco Hong, 33 e 23 anni, dal 2008 fornitore del marchio Zara e da cinque anni produttore di una linea di abbigliamento total look col marchio Distretto12. Secondo l'inchiesta il Gruppo Y.L. sarebbe a capo di una filiera di fornitori (28 ditte individuali cinesi di abbigliamento, non indicate come subappaltatori all'atto della commessa) che ripropongono un cliché ormai famoso nel distretto della moda di Prato: operai in nero e clandestini (ne sono stati scoperti 90), turni di lavoro fino a 16 ore al giorno in condizioni degradanti e di pericolo (vie di fuga ostruite, uscite di emergenza bloccate), riposi limitati e in dormitori ricavati all'interno dei laboratori senza igiene né sicurezza. Una vita da schiavi, senza diritti e senza tutele, a cucire migliaia di mascherine da mattina a sera.

I reati ipotizzati in questo caso sono intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, favoreggiamento e sfruttamento dell'immigrazione clandestina, violazioni alla sicurezza sui luoghi di lavoro. Dei 100 milioni di mascherine appaltate alle tre società Gruppo Y.L., Vignolplast e Paimex, 7 milioni sono già state consegnate nelle settimane scorse (in due tranche) alla Protezione Civile e 6,7 milioni a Estar, la centrale d'acquisto della Regione Toscana: la Guardia di finanza ora ha sequestrato la terza fornitura alla Protezione Civile e bloccato un business milionario ad alto tasso di illegalità.

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