idee per la ripartenza

«Premi e bonus per stare distanti: la mia tecnologia soft per la Fase 2»

Il direttore scientifico dell’IIT Giorgio Metta: «Incentiviamo i cittadini invece che obbligarli». Tra le proposte app, braccialetti e gamification

di Antonio Larizza

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Il direttore scientifico dell’IIT Giorgio Metta: «Incentiviamo i cittadini invece che obbligarli». Tra le proposte app, braccialetti e gamification


4' di lettura

«La Fase 2? Sarà una sfida collettiva e senza confini, una globalizzazione dei doveri civici. Il comportamento del singolo determinerà il risultato finale. Avremo bisogno di una comunicazione efficace e di un design ambizioso». È un Giorgio Metta che non ti aspetti, quello che riflette sulla ripartenza dell’Italia. L’ingegnere elettronico che nel 2009, all’Istituto italiano di tecnologia (IIT), insieme al fisico Roberto Cingolani ha fatto nascere il robot iCub – oggi la piattaforma per lo studio della robotica umanoide più diffusa al mondo – e che da settembre guida da direttore scientifico i 1.762 ricercatori dell’istituto genovese, ha un approccio umanistico. Quasi a voler lasciare la tecnologia in secondo piano.

Metta, che cosa intende quando dice che nella Fase 2 avremo bisogno di una comunicazione efficace?

Servirà una comunicazione basata su quello che afferma la scienza, ma interattiva e premiante, capace di raggiungere il maggior numero di persone. Anche sfruttando tecniche note al mondo del marketing, come la gamification, con meccanismi a punti e premi per chi attua comportamenti virtuosi.

E il design ambizioso?

Per garantire il distanziamento sociale le paratie non sono l’unica soluzione possibile. Designer e architetti attenti e creativi potrebbero pensare a barriere non fisiche per fare, su un altro piano, quello che deve fare la comunicazione: aiutare le persone ad assumere un comportamento virtuoso.

Lei ha fiducia? Saremo capaci di raggiungere questo obiettivo?

Sì, se i cittadini saranno ben informati. Nell’emergenza tutto è successo così in fretta da impedire una comunicazione chiara. Ora sarà importante dedicare attenzioni all’aspetto comunicativo. Un’arma potente di fronte alla pandemia, come si è visto per esempio in Germania.

Immaginiamo che vi siano situazioni in cui né la comunicazione né un rinnovato design dei luoghi di vita e di lavoro saranno sufficienti per impedire che le persone assumano comportamenti sbagliati.

È a questo punto che entrano in gioco le tecnologie.

Il Governo lavora all’app Immuni. siamo sulla strada giusta?

Le app di tracciamento permettono un monitoraggio di alto livello, utile per esempio per individuare la presenza di nuovi focolai. Per utilizzarle però i cittadini devono rinunciare a parte della loro privacy. Ci sono anche altre soluzioni.

Quali?

Quelle basate sull’internet delle cose (IoT) e, per misurare le distanze, sulla radiofrequenza. Immaginiamo un braccialetto IoT al quale è possibile accoppiare i braccialetti di una lista di persone, per esempio quelle che fanno parte del nucleo familiare, e che suona se mi avvicino a una persona non registrata che indossa anch’essa il braccialetto. L’uso di dispositivi IoT indossabili sarebbe meno invadente per la privacy: l’utente concederebbe quanto serve per permettere al braccialetto di dire: «Sei troppo vicino, distanziati un po’».

Sta pensando a un braccialetto «di Stato»?

Per essere efficace e sicuro il sistema non potrebbe che essere coordinato a livello statale. Di certo, come per le app, bisognerà trovare modalità nuove per invogliare l’uso di queste tecnologie, piuttosto che obbligarlo.

Facciamo qualche esempio.

Il braccialetto IoT che monitora il distanziamento, ma anche parametri come temperatura corporea e saturazione, potrebbe essere utilizzato per pagare i biglietti dei mezzi pubblici, i parcheggi o per accedere alle spiagge. Magari a prezzi scontati, oppure accumulando punti per buoni da spendere in negozi e catene convenzionate.

Sarebbe facile da realizzare e produrre in tempi rapidi?

Dispositivi di questo tipo esistono già, utilizzati per esempio nei cantieri di lavoro per motivi di sicurezza.

Sembrerebbe quasi che lei non stia facendo il suo lavoro, se ci parla di soluzioni a bassa tecnologia.

La gestione dell’emergenza va fatta con le tecnologie oggi disponibili. Se iniziamo a progettarne di nuove ora, prima di poterle produrre serviranno mesi: allora, o la crisi sarà finita, oppure arriveremo troppo tardi. Contemporaneamente, il Paese non deve smettere di credere nella ricerca e nell’innovazione. Nella ripartenza ci saranno molte opportunità. E qui torno a fare il mio lavoro, cogliendo segnali che arrivano da settori diversi.

Quali segnali?

Nell’automotive, per esempio, si fa strada l’idea di sfruttare lo stop forzato per accelerare la transizione all’elettrico. L’automazione, invece, potrebbe essere per la manifattura quello che l’elettrico è per l’automotive.

Aumenteranno gli investimenti in robotica?

So di molti imprenditori che stanno valutando di accelerare l’automazione dei processi per ridurre la densità di operai negli impianti produttivi. Spesso si tratta di sfruttare appièno tecnologie già presenti, acquistate magari con gli incentivi di Industria 4.0.

Nella lotta al Covid-19 che ruolo hanno avuto i robot?

La robotica è matura per la produzione, più critica la sua applicazione in condizioni generali. Quello che abbiamo visto si è limitato alla telepresenza per la comunicazione remota tra paziente e medico. Non si sono viste automazioni, se non nel caso di riutilizzo, in ambienti ospedalieri, di robot progettati per la logistica.

La pandemia ha messo a nudo i limiti della robotica sociale?

Sì, questo test ha dimostrato la non completa maturità dei robot sociali. Fatto noto agli addetti ai lavori, ma che potrebbe essere un indicatore utile per gli enti che finanziano questo tipo di ricerca, a livello Europeo, per capire dove indirizzare gli investimenti. Per l’Italia sarebbe importante, in questo settore siamo un’eccellenza.

Come ha reagito all’emergenza la comunità scientifica internazionale?

Ho visto tanta solidarietà, la voglia di mettersi insieme. Sono nate spontaneamente molte iniziative. Sarebbe bello se questa esperienza portasse i mondi della scienza e della politica a pensare più in grande: all’umanità come soggetto unitario e, laicamente, agli esseri umani come bene superiore.

Se l’emergenza sanitaria ha unito la comunità scientifica, sul fronte politico, quella degli stati nazionali oggi è più divisa che mai. Non crede?

La mia infatti è una speranza: che si vada verso una globalizzazione della socialità, non solo dell’economia. Basata sullo scambio e sulla collaborazione. La crisi potrebbe spingere in questa direzione, così come nella direzione opposta. Il primo test sarà sull’ambiente. Abbiamo visto come l’epidemia si sia diffusa seguendo le vie dell’inquinamento: capiremo presto, nei prossimi mesi, se questa presa di coscienza cambierà l’approccio globale nella lotta ai cambiamenti climatici.

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