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Premiare, oltre a sanzionare: dal codice penale a quello «virtuale»

Le punizioni possono favorire la collaborazione. Ma un meccanismo di ricompense funziona meglio e più a lungo.

di Vittorio Pelligra

Illustrazione Laura Cattaneo/Il Sole 24 Ore

7' di lettura

L'azione collettiva, quando ben coordinata, può portare ad esiti cooperativi capaci di produrre risultati che individualmente saremmo impossibilitati ad ottenere. Per questo comprendere a fondo la logica della cooperazione – quali sono i fattori che la promuovono e quelli che l'ostacolano – è un compito di primaria importanza se vogliamo imparare a progettare istituzioni progressive e capacitanti.

Attraverso l'utilizzo del cosiddetto Public Good Game (gioco di contribuzione volontaria ai beni pubblici) gli economisti comportamentali hanno potuto indagare a fondo, beneficiando del rigore di numerosissimi esperimenti di laboratorio, quella stessa logica. In particolare, si è capito come la naturale tendenza alla cooperazione viene ostacolata dalla presenza anche di un piccolo numero di free riders, di opportunisti desiderosi di godere dei benefici collettivi ma indisponibili a fare la loro parte per produrre tali benefici.

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Punire i «free riders» favorisce la collaborazione

In gruppi anche piccoli, la presenza di questi soggetti scoraggia tutti gli altri dal cooperare determinando risultati sia collettivamente che individualmente inefficienti. Allo stesso tempo si è scoperto che, contrariamente a quanto ci si sarebbe potuto aspettare sulla base della teoria standard, l'introduzione di un meccanismo di punizione decentralizzato favorisce l'inversione di questa tendenza. Se i membri del gruppo hanno, infatti, la possibilità di punire i free riders riducendo, anche in maniera costosa, i benefici che questi possono trarre dalle loro scelte opportunistiche, allora la cooperazione cresce, a volte, fino a raggiungere livelli ottimali.

Dopo qualche tempo, la punizione non è neanche più necessaria perché è sufficiente il suo potere deterrente a convincere i potenziali free rider a cooperare. Queste punizioni si rivelano efficaci, anche se un po' meno efficaci perfino quando hanno natura puramente simbolica. Quando, cioè, non alterano i guadagni materiali dei membri del gruppo, ma semplicemente veicolano biasimo e riprovazione. Abbiamo raccontato nelle ultime due settimane il caso della città di Bogotá e del suo sindaco Antanas Mockus che nei primi anni '90 mise in piedi un grande esperimento sociale dotando gli abitanti della città di cartellini colorati con i quali essi potevano segnalare il loro biasimo e la loro riprovazione davanti alle azioni dei loro concittadini.

La sanzione informale dei cittadini

Passare con il rosso, non dare la precedenza al pedone sulle strisce pedonali, non rilasciare regolare scontrino, buttare le cartacce per terra, sono diventati così non solo azioni punibili dall'autorità preposta attraverso una sanzione monetaria, ma anche da tutti gli altri cittadini attraverso una sanzione informale, simbolica, rappresentata dall'esposizione del cartellino rosso con un pollice che punta verso il basso. L'esperimento si rivelò un successo. Assieme ad altre misure messe in atto da Mockus rivoluzionò la vita sociale della città. Ma il sindaco non aveva fatto distribuire solo cartellini rossi con l'immagine del pollice verso il basso, ma anche cartellini bianchi con un bel pollice che puntava verso l'alto.

L'idea è che, così come si devono punire le azioni opportunistiche, simmetricamente, occorre premiare quelle cooperative. Faceva notare Giacinto Dragonetti, allievo eccellente di Antonio Genovesi, nell'introduzione del suo Delle virtù e de' premj, come: «Gli uomini hanno fatto milioni di leggi per punire i delitti, e non ne hanno stabilita pur una per premiare le virtù» (1768, p. 3). Mockus, dunque, propose non solo di punire simbolicamente i comportamenti disfunzionali, ma anche di premiare quelli cooperativi. Ma in termini di efficacia premi e sanzioni, monetari o simbolici, hanno esattamente la stessa efficacia? Anche questo è un bel tema dalle importanti implicazioni che è possibile esplorare con l'ausilio dei metodi dell'economia sperimentale.

L’efficacia di premi e punizioni

Nel 2007 un gruppo di studiosi guidato da Martin Sefton pubblica uno studio progettato per confrontare l'efficacia relativa di premi e punizioni. Al classico public good game senza punizione e con punizione vengono affiancati altri due trattamenti: uno nel quale i partecipanti potevano premiare gli altri membri del gruppo e un quarto nel quale avevano entrambe le possibilità, di premiare e sanzionare.

Esiste una forte evidenza non solo del fatto che gli esseri umani sono particolarmente sensibili alla reciprocità negativa, sono, cioè, disposti a punire in maniera costosa, coloro che li danneggiano, ma anche alla reciprocità positiva, vale a dire, che siamo spesso desiderosi di ricompensare in maniera costosa coloro che sono stati gentili nei nostri confronti.

Sulla base di questi «fatti stilizzati» Sefton e i suoi colleghi avevano buone ragioni per aspettarsi un effetto comportamentale derivante dall'introduzione della possibilità di ricompensare la cooperazione. I dati raccolti nell'esperimento mostrano innanzitutto che, come osservato in moltissimi altri studi, in assenza di sanzioni e di ricompense la cooperazione raggiunge velocemente il livello zero. Tutti i partecipanti si trasformano in free riders. Quando, invece, è possibile solo sanzionare, o sanzionare e premiare, la cooperazione cresce significativamente e raggiunge livelli di contribuzione superiori al 50 per cento.

Le ricompense funzionano meglio dei castighi

Quando si possono usare sia le ricompense che le punizioni i partecipanti sembrano preferire l'uso delle prime, almeno nelle fasi iniziali del gioco, rispetto alle seconde. Nel trattamento dove possono essere utilizzate solo le ricompense, il livello di cooperazione cresce velocemente, anche se verso la fine del gioco, quando i partecipanti sanno che le opportunità di essere premiati si stanno riducendo, allora si osserva un decadimento del livello della cooperazione più rapido di quello osservato in presenza di punizione. Questi dati, in definitiva, sembrano suggerire che sia le punizioni che le ricompense alterano il comportamento dei partecipanti spingendoli verso livelli più elevati di cooperazione, ma sembrano dirci che l'effetto dei due fattori non è simmetrico.

Le ragioni sono almeno due: la cooperazione indotta dall'uso di premi è più fragile e meno stabile nel tempo; il costo associato al meccanismo dei premi è, nel lungo periodo, maggiore. Mentre per le punizioni, costose anche queste, dopo qualche tempo diventa superfluo utilizzarle perché anche molti dei free rider iniziano a cooperare e quindi non vengono più puniti; nel caso dei premi, invece, questi devono essere costantemente elargiti per sostenere la cooperazione. Per le punizioni è sufficiente un effetto deterrente, mentre per i premi no. In termini di benessere materiale un gruppo dove si può solo punire alla fine sarà più ricco di un gruppo dove si può solo premiare. Con premi e sanzioni di natura non monetaria e simbolica le cose cambiano.

Entrambi i fattori non sono costosi e certamente è preferibile vivere in una società dove prevalgono i segni di apprezzamento rispetto ad una dove ognuno sottolinea l'egoismo dell'altro. Ci si pone un problema dunque: come tenere insieme l'intrinseca preferibilità dell'uso dei premi con l'efficacia delle punizioni? Si è visto che uno degli aspetti che riduce l'efficacia dei premi è che sono troppo costosi in relazione al beneficio che producono. Se ne potrebbe dunque incrementare l'efficacia riducendone il costo. Come è possibile alterare, in concreto, questo rapporto costo-efficacia? Certamente uno degli aspetti che influenza positivamente il beneficio che si ottiene quando si riceve un premio è la pubblicità di questo premio.

Il premio «pubblica» aumenta di valore

Quante altre persone vedono che sono stato premiato. Un premio privato avrà un valore limitato, mentre un premio che viene reso visibile a molte persone assume un valore decisamente maggiore. Un premio è per sua stessa natura pubblico e infatti viene generalmente assegnato attraverso una cerimonia pubblica. Un altro aspetto è il valore reputazionale del premio. Se gli altri sanno che io sono stato premiato e possono scegliere come formare i gruppi, allora, associato a quel premio, può non esserci solo un valore intrinseco, ma anche il valore che deriva dalla possibilità di entrare a far parte di gruppi maggiormente cooperativi nei quali i simili si mettono insieme per ottenere maggiori benefici di quelli che otterrebbero se fossero abbinati casualmente con altri giocatori.

Il meccanismo premiale sulle piattaforme Web

Il premio diventa così un segnale credibile di affidabilità, una forma di capitale reputazionale. In realtà molti di questi meccanismi premiali sono già in funzione da tempo. Basti pensare alle piattaforme che consentono di premiare o punire un ristoratore, un albergo, un medico, un qualunque altro fornitore di servizi attraverso recensioni positive o negative. Nell'ambito di queste piattaforme un premio o una punizione, per quanto simbolici, producono un fortissimo effetto sul livello generale di cooperazione – in termini di qualità e affidabilità del servizio – non solo attraverso il valore intrinseco del premio in sé, a tutti fa piacere essere apprezzati per il proprio lavoro, ma, soprattutto, per il valore reputazionale che i premi e le punizioni acquistano in virtù della loro visibilità pubblica.

Benché di natura informale e non legale, i premi simbolici che vengono veicolati attraverso le piattaforme web possono forse oggi considerarsi simili a quelle leggi che invocava Dragonetti, necessarie per promuovere le virtù civili? Certamente i comportamenti che vengono lodati possono in qualche modo definirsi virtuosi, nell'accezione del giurista aquilano, perché abbiamo a che fare con qualcuno opera per «l'altrui vantaggio» e che mette in atto azioni che implicano un impegno ed uno sforzo; due delle caratteristiche principali del comportamento «virtuoso» (cfr. Bruni, L., 2010. “Delle virtù e dei Premi” di G. Dragonetti (e una polemica di B. Croce). Storia del pensiero economico 1, pp. 33-49).

Continua Dragonetti distinguendo il ruolo delle punizioni da quello dei premi sulla base del fatto che le prime regolano quei comportamenti che stanno “sotto il comando della legge” mentre i secondi, invece, si orientano a quelle azioni “prodotto della libera nostra volontà”. «La virtù – dunque, continua Dragonetti - per verun conto non entra nel contratto sociale; e se si lascia senza premio, la società commette un'ingiustizia simile a quella di chi defrauda l'altrui sudore”. Il premio alla virtù è, dunque, un riconoscimento all'“eccedenza», alla gratuità. A ciò che per legge avrei anche potuto non fare ma che, liberamente, ho scelto di fare.

Essere gentili ed ospitali con i clienti del proprio ristorante, per esempio, non è un comportamento che può essere codificato per legge. Ne deriva, quindi, che la sgarbataggine non può essere punibile. Proprio per questo, allora, per non commettere «un'ingiustizia simile a quella di chi defrauda l'altrui sudore”, la gentilezza e l'ospitalità devono essere “premiabili», per così dire. Conclude Dragonetti: «È vero, che tutti i membri dello stato gli debbono i servigj comandati dalle leggi, ma è altresì fuor di dubbio, che i Cittadini debbono esser distinti, e premiati, a proporzione de' loro servigi gratuiti». Un po' più aristotelici e un po' meno hobbesiani. Che anche l'economia sperimentale (civile) ci stia aiutando in questa necessaria transizione?

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