IL NOBEL PER LA LETTERATURA

Premio per due eurocentrico e vecchio stile

Una scrittrice polacca, Olga Tokarczuk, pressoché sconosciuta in Italia e uno scrittore austriaco, Peter Handke, piuttosto noto, ma in altri decenni, sono i due vincitori, molto attesi, del Premio Nobel per la Letteratura

di Stefano Salis


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 Peter Handke (76 anni) ha vinto per il 2019, Olga Tokarczuk (57 anni) per l’edizione 2018 (Epa)

3' di lettura

Una scrittrice polacca, Olga Tokarczuk (nata nel 1962), pressoché sconosciuta in Italia e uno scrittore austriaco, Peter Handke (classe 1942), piuttosto noto, ma in altri decenni (scrittore affermato, almeno in certi circoli, diciamo negli anni 70-80, prima di una “marginalizzazione” più o meno volontaria), sono i due vincitori, molto attesi, del Premio Nobel per la Letteratura, assegnato ieri dall’Accademia Reale di Svezia e valido per due annate: il 2018 (anno in cui non fu assegnato per una vicenda di scandali sessuali che toccò il marito di una giurata) alla polacca, il 2019 all’austriaco.

Va detto subito: è una scelta, sono scelte, old fashioned, vecchio stile. Fortemente eurocentriche (a dispetto di certe rassicurazioni che erano venute da qualche giurato e in anni, al contrario, in cui spesso ci si attende di sacrificare qualunque ragione letteraria a situazioni politico-geografiche più “sfortunate”, per ristabilire una certa pulizia di coscienza, sebbene posticcia) e molto probabilmente mediate, a Stoccolma, da una prevalenza del fascino e della presenza reale della cultura mitteleuropea, e segnatamente tedesca, che da noi risulta molto meno potente (abbacinati ancora come siamo dagli americani) e, a tratti, incomprensibile. Ebbene: i due Nobel annunciati ieri vanno in controtendenza rispetto alle scelte “populiste” che ogni tanto il pubblico dei media (non quello dei lettori, che tutto sommato se ne infischia) chiede – scrittori noti internazionalmente, e di grande successo di critica e vendita, poniamo Ian McEwan o Margaret Atwood – ma anche a tendenze terzomondiste. E persino a segni ancora più bizzarri, come il recente Nobel a Bob Dylan, che avevano mortificato oltremodo chi lo scrittore lo fa di professione.

Intendiamoci: il Nobel non è la gara dei cento metri e chi lo vince non è, in nessun modo, più bravo o più saggio di chi non lo ha (ancora o mai) vinto. È un premio, sì, di straordinaria risonanza mediatica ma che non sempre serve o riesce a risollevare le sorti (editoriali, commerciali, critiche) di colui o colei cui viene assegnato: ricordate Elfriede Jelinek (vincitrice nel 2004), Jean-Marie Gustave Le Clézio (2008), o Tomas Tranströmer (2011) solo per restare a scelte post millennio? Ma serve, a volte (e sembra essere questo il caso), a puntare un faro su scrittori che trovano nella letteratura la loro ragion d’essere, senza altre mediazioni. Rimesso nella sua pur dorata posizione di premio (sempre opinabile per quanto autorevole), ecco che i due riconoscimenti assegnati ieri sono, forse, l’occasione per scoprire meglio un’autrice – che almeno in un caso, “I vagabondi” (edito in Italia da Bompiani), con il quale vinse l’edizione internazionale del Booker Prize nel 2018, ha scritto un libro di notevole valore e rilevanza letteraria, almeno nei gusti di chi scrive – e per rileggere alcune pagine di uno scrittore come Handke (in Italia pubblicato da diversi editori e solitamente presente con qualche opera nelle librerie che ancora fanno questo mestiere) che è stato anche importante sceneggiatore e collaboratore di un regista di cruciale importanza – comunque si giudichi il suo cinema – come Wim Wenders.

I due Nobel per letteratura in foto

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Il punto, forse, è proprio questo: il Nobel per la Letteratura resta, nell’immaginario popolare, il più opinabile (nessuno si sogna di polemizzare sulla Chimica, o sulla Fisica, o sulla Medicina), proprio per l’estrema volatilità dei titoli e delle etichette (e in alcuni casi si fa il tifo per gli scrittori, come per le squadre di calcio). Ma nessuno cambia davvero idea su uno scrittore per il fatto che abbia vinto o meno il Nobel: certo, rimangono (a lui, o lei) i 900 mila euro circa e, può darsi, un riscontro immediato di vendite, ma il mercato, e il gusto dei lettori, vanno molto spesso in altre direzioni, Nobel o no. Per chi vince, qualunque cosa ne pensi (e lo stesso Handke era stato molto critico sulla «falsa canonizzazione» data dal premio) è un notevole alamaro da cucire sulla propria carriera letteraria; per chi non lo vince può arrivare a essere un tormento; per il circo mediatico che sta attorno è un fuoco fatuo da accendere puntualmente in ottobre. Che poi sia fiamma o scintilla, lo dirà solo il tempo. E l’anno prossimo si rifarà tutto daccapo (sperando, segretamente, che vinca il nostro autore preferito).

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